Io senza te

Ti devo chiedere scusa. Ti chiedo scusa per avere tirato fuori la vecchia armatura dopo tutto quello che hai fatto per liberarmene. Ti chiedo scusa perché mi sono resa conto di non riuscire ad essere felice nemmeno per te.

Oggi è uno di quei giorni in cui vorrei sparire, in cui non posso negare di avere chiuso di nuovo il mio cuore e di averlo sepolto sotto una lastra di ghiaccio, stavolta.

Dicevi che sono un cactus, una pianta che si difende e che se non permette a se stessa di fiorire marcisce dall’interno. Chissà poi se è vero, non mi sono mai documentata e a dirla tutta nemmeno mi interessa, le tue teorie erano giuste a prescindere. E comunque era impossibile non credere in qualcosa di cui tu eri sicura di una sicurezza assoluta, una sicurezza che avrebbe potuto spostare perfino le montagne.

Sai, oggi l’amore ha una data di scadenza. Una volta era più probabile (o almeno si sperava) che iniziassero in estate le storie d’amore e oggi invece arrivano al capolinea appena esce il primo vero raggio di sole, per poi magari riprendere a Settembre.

Sono tempi in cui essere spontanei è sbagliato, ti devi misurare, perché il potere appartiene a chi dei due è meno coinvolto, chi se ne fotte se quell’idiota ci spera. Sono stronzate le cose che si dicono, che gli uomini impazziscono per la tenerezza o la forza di una donna, che deve avere senso dell’umorismo, no vabbé se è cretina poi si stufano, guardano le troie ma poi alla fine sanno da chi devono andare per essere felici.

Era bello quando l’amore si sentiva e basta. Quando lo lasciavamo libero di cambiarci il sorriso e la giornata, senza tattiche, senza prese per il culo che non c’era tempo da perdere, c’era interesse e allora ok, proviamoci, vediamo che succede. Era bello quando era amore e la paura di viverlo spariva con uno sguardo. E comunque era una paura felice. Altri tempi, più di pelle e meno di scuse.

Certe volte penso che la vita era migliore solo perché esistevi tu.

Tu forse non ti saresti stancata (malgrado le delusioni accumulate), magari avresti avuto più pazienza (o forse si tratta sempre e solo di speranza?), forse alla fine saresti stata premiata. Non saresti diventata cinica e diffidente come me. Saresti stata tu quella al fronte, quella decisa a dimostrare al mondo che le eccezioni esistono ancora.

Tu avresti combattuto, io avrei pianto anche per te.

Tu avresti continuato a sperare, io avrei sbattuto la testa in due muri diversi.

Avresti gli stessi occhi e lo stesso sorriso di sempre. Io sarei quella che sono oggi, quella di poche parole e gli occhi altrove, lontani e la testa occupata a non pensare perché se pensa crolla ed è finita.

Oggi il vaso trabocca, lo sai come sono, sono come i cani che quando stanno male al massimo si lamentano un po’ o a volte nemmeno si fanno sentire, stanno in un angolo sapendo perfettamente a cosa stanno andando incontro.

Sono un fiume in piena costretto a degli argini troppo stretti che ad un certo punto straripa e non guarda in faccia nessuno.

Quando mi sento così persa mi tornano sempre in mente le tue parole cariche di speranza “Chi ha cuore vede da lontano” mi dicevi, “Ma quando mai, sono tutti strabici o daltonici” ti rispondevo con la mia amarezza, “Qualcuno c’è sempre” continuavi senza incertezza. Non conoscevi la resa, per te c’era sempre una nuova occasione, una nuova amicizia, un nuovo amore. Per te c’era sempre il “sempre”.

Era bello quando col mio sarcasmo stroncavo qualcuno e tu ridevi così tanto che le guance ti si infuocavano, quando mi mettevo a cantare con la voce grossa e tu dicevi che era assurdo che in un corpo così piccolo ci fosse un vocione da tenore, quando certe cose non erano così irraggiungibili, quando non mi preoccupava essere diversa perché dicevi che le cose sarebbero cambiate.

A volte però vorrei essere uguale a qualche mia coetanea, più “facile-semplice-leggera” che magari vive meglio, è più desiderata, più ben voluta, superficiale, menefreghista, vorrei ottenere qualcosa senza sforzarmi di ottenerla, non essere quella che si fa in quattro per far funzionare le cose, non essere quella che ci mette tutta se stessa e nessuno le viene incontro, non essere quella irreprensibile, quella che alla fine combatte sempre contro i mulini a vento. Invece no, io sono diversa, odio i miei occhi che a volte traboccano di cose che andrebbero seppellite e a volte sono spenti come un vulcano inattivo che poi all’improvviso si risveglia ed esplode, io non sono facile, mi si legge in faccia, sono difficile, ho troppe cose dentro, sono un casino, non la so prendere alla leggera questa vita che mi scivola tra le dita e non si fa afferrare mai, non so ridere di niente in un tempo che so che non tornerà più, che finirà e lo so che è pesante pensarlo alla mia età, ma è così, il tempo vola, sono già qui e cosa ho avuto fino ad oggi? Ho perso il meglio di me per avere in cambio paure, diffidenza, insicurezza e non c’è medicina, non c’è miracolo, non c’è nessuno che possa aiutarmi, sono solo io. Stavolta non ci sei tu ad aiutarmi, devo cavarmela da sola. Devo ritrovare il coraggio di rischiare, di aprirmi, di fidarmi anche se potrò soffrire, anche se finirà, perché altrimenti non vivrò mai, lo so, l’ho capito, tardi, ma l’ho capito. Avevi ragione, hanno ragione tutti, sono piena di spine e mica lo sanno tutti come trasformarle in fiori. Ti sei scordata di darmi la ricetta o forse me l’hai data e io non me ne sono accorta, non l’ho capita, mi spaventa capirla, mi terrorizza ammettere che non è poi così complicata e che addirittura anche gli altri potrebbero scoprirla e metterla in pratica.

Quante cose sarebbero state diverse se tu fossi ancora qui. A 18 anni avremmo fatto quel viaggio in Irlanda, avremmo fatto campeggio, saremmo andate in mongolfiera, avremmo giocato a paintball, saremmo andate a pattinare sul ghiaccio per la prima volta insieme, io ti avrei insegnato a suonare la chitarra e tu avresti provato ad insegnarmi a cucinare, saremmo andate a vedere Tiziano Ferro per la prima volta insieme, avremmo fatto il nostro tatuaggio insieme… saremmo diventate donne insieme.

Invece ci sono solo io. Non sono andata in Irlanda e non so se capiterà mai, non ho fatto campeggio, non sono andata in mongolfiera, non ho pattinato sul ghiaccio, fingo di aver imparato a cucinare, ho visto per la prima volta Tiziano Ferro con la persona sbagliata, ho fatto il nostro tatuaggio senza di te e sono diventata donna senza nemmeno avere salutato l’adolescente che ero.

Vorrei poter prendere il cellulare e chiamarti, prendere la macchina e raggiungerti, fare quelle chiacchierate che si fanno tra amiche, avrei un sorriso diverso, non troverei impossibili e assurde cose come l’amore o l’amicizia, sarei meno dura e stanca, vorrei poter credere che questo ghiaccio che ho intorno al cuore un giorno sparirà, che qualcun altro conosce il tuo rimedio.

Ma soprattutto, più di qualsiasi altra cosa, vorrei che tu fossi ancora qui.

Non lasciarmi mai, ti prego, anche se un giorno penserai che non avrò più bisogno di te. Io ho e avrò sempre bisogno di te.

5 Marzo 2014

Francesca Lizzio


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Il regalo più grande

E’ cominciato tutto con una canzone, era stato Masini ad unirci quella mattina uguale a tante altre. Nello stesso momento abbiamo iniziato ad intonarla, ci siamo guardate meravigliate e abbiamo esclamato “Piace anche a te?!?”, mentre gli altri ci guardavano come se fossimo state due pazze visionarie, “Masini? E chi è questo?” dicevano.

Da lì è iniziata la tua missione, la tua ultima missione.

Io odiavo il mondo intero, avevo chiuso il cuore con chiodi e catene, l’avevo gettato in un pozzo senza fondo e tu eri decisa a tirarlo fuori da quel luogo angusto. Vivevo decisa a tenere a distanza chiunque, non volevo sentimenti, non volevo emozioni, non volevo nessuno perché sapevo che tutti se ne andavano, perché sapevo che nessuno manteneva le promesse, perché non volevo più combattere da sola.

“Non chiuderti” mi dicevi, quando era chiaro come il sole che avevo perso la forza e la voglia di aprirmi.

Mi guardavi con quegli occhi attenti ed io mi chiedevo perché sprecassi le tue energie per una causa persa come me, perché perdere il tempo che ti restava con una come me?
Parlava il cinismo, la speranza l’avevo seppellita e tu lo sapevi, tu sapevi sempre tutto, con quegli occhi sembravi vedessi oltre, sembrava che conoscessi tutto quello che mi passava per la testa, tutto quello che purtroppo non riuscivo a smettere di provare.

Cercavo di evitarti, non volevo imparare a volerti bene, non volevo averti come amica, non volevo arrivare al giorno in cui avrei dovuto dirti addio.

“Non perdere la speranza” mi incoraggiavi ed io soffocavo la rabbia, quella rabbia che cresceva dentro di me e mi divorava giorno per giorno, quella rabbia che aveva imparato a ringhiare da quella volta in cui mi hai raggiunta in cortile mentre fumavo e mi hai detto “Devi smettere, tu puoi scegliere” e mi sono sentita morire, mi sono sentita il cuore catapultato fuori da quel pozzo, mi è mancato il respiro e sono corsa in bagno a piangere perché incoraggiavi una qualunque come me e tu invece, non potevi scegliere.

Alla nostra età ci eravamo ritrovate a fare i conti con la consapevolezza del “vivi questo momento come se fosse l’ultimo”, perché con te era tutto l’ultimo momento, tutto era per l’ultima volta.

“Fidati, le cose cambieranno” mi assicuravi ed io non ci credevo, il mondo mi trattava sempre come uno scarto, avevo perso quella sicurezza e quella fiducia nelle cose e nelle persone. Non capivo come facevi ad essere così forte, quando tu per prima avresti avuto il diritto di odiare tutto e tutti.

Davi acqua alle mie spine con la certezza di poterle trasformare in fiori, davi sole alle mie giornate con il desiderio di vedermi tornare a sorridere, davi tutto quello che avevi con la speranza che un giorno non mi sarei mai più sentita inutile. Mi spingevi ad esistere perché la vita è una sola, perché la vita è anche questo e devi imparare ad accettarlo anche se è ingiusto, anche se fa male, perché anche se a volte la fine arriva troppo presto è importante pensare che almeno c’è stato un inizio, che ogni cosa ti servirà ad essere la persona che sei destinata ad essere. E io invece volevo distruggere tutto, non riuscivo a darmi pace perché non potevo sconfiggere quel male che ti ha spento.

Quel giorno stavano tutti a scattarsi foto, “Vieni, ce ne facciamo un paio anche noi” e io subito ho scosso la testa, “Meglio di no, vengo sempre male, non mi piaccio mai” e non era una scusa inventata, era vero, ma in quel momento non era la verità. Odiavo le foto perché è lì che restano le persone quando se ne vanno, è lì che restano le risate, le emozioni. Le odiavo perché alla fine restavano solo quelle e le lacrime.

Tu allora hai sollevato le spalle e hai detto “Vabbé, tanto per certi ricordi non c’è bisogno di una foto” e avevi ragione ma nessuno mai potrà immaginare quanto me ne sono pentita, quanto mi dispiace essermi difesa quando non era necessario. Quelle sono foto che rimpiangerò sempre, ricordi preziosi che avrei potuto e dovuto immortalare.

Mi sentivo vuota e piena, agguerrita e sconfitta. Assaporavo i nostri momenti con amarezza, col sale delle lacrime incrostato nelle vene, perché mi rifiutavo di piangerlo.

Erano giorni che il cielo stava cupo e grigio. Squillò il cellulare e capii, il cuore si rende conto sempre prima della testa, sa sempre cos’è successo. A quel punto iniziò a piovere e desiderai con tutta l’anima di sparire per le strade proprio come quella pioggia, di potere essere giustificata così come io giustificavo il cielo che aveva deciso di lasciarsi andare proprio quel giorno.

Ti ho detto addio sotto un diluvio, davanti a un mondo che odiavo con tutta me stessa, mentre consolavo e davo forza a tutti e nessuno pensava a me.

Ero tornata sola, più sola di prima, scoprendo che ci si può sentire sempre più soli di quanto non ci si senta già. A fronteggiare problemi e tragedie più grandi di me.

Poi mi resi conto che avevo smesso di fumare. Mi resi conto che la tua missione di pace forse non era davvero una causa persa. Mi resi conto di potere scegliere.

Alla fine decisi che avrei fatto tesoro della tua esistenza, che per la mia vita saresti stata il regalo più grande, che la tua fede in me mi avrebbe dato la forza di vivere ogni volta in cui il mondo mi avrebbe fatto del male o impaurita.

Ti penso sempre, con il “grazie” più grande che forse pronuncerò mai.

Ogni tanto mi sento ancora piccola e incapace ma poi mi tornano in mente i tuoi occhi fiduciosi e torno a respirare. Mi lascio incoraggiare dalle tue parole, dai nostri ricordi e da tutto quello che ci legherà per sempre. So che mi aiuterai a ritrovare la strada quando mi perderò, a credere ancora quando girerò le spalle al cuore e imporrò l’armatura alla testa.

Ti voglio bene come il primo giorno, quando me ne stavo in un angolo a leggere “Io sono di legno” con le mie spine bene in vista e tu, con quei tuoi occhi attenti, mi hai raggiunta e mi hai detto “Wow, sei una tosta. Ci troveremo bene insieme” e io sicuramente avrò fatto qualche espressione strana delle mie, perché subito dopo mi hai sorriso e hai aggiunto “Puoi credermi sulla parola, il mio sesto senso non sbaglia mai”.

Quel giorno ti risposi “Vedremo” con sorpresa e curiosità travestite da ostilità.

Oggi ti rispondo che avevi ragione e meno male, altrimenti chissà se mai qualcuno mi avrebbe cambiato la vita come hai fatto tu.

Avrei voluto sapere cosa hai visto in me al punto da volermi così bene, lo sai, non ho mai creduto di essere niente di speciale. Non ti ringrazierò mai abbastanza comunque, hai dato un senso a quei giorni che altrimenti avrei buttato nel dimenticatoio.

Forse un giorno ci sarà qualcuno che vorrà credere in me come hai fatto tu. Lo sai, sono una scettica, dubito sempre di tutto e poi sono convinta che certe amicizie e certi amori capitano soltanto una volta.

Io ero il cactus e tu la volpe. Quindi pensaci tu, mi fido. Ho smesso di credere da tempo, ma non smetterò mai di credere in te.

29 Gennaio 2014

Francesca Lizzio


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Niente dura per sempre

Ci siamo conosciute il giorno di S. Martino, ballavamo e pestavamo l’uva nel cortile dell’asilo. In realtà tu ballavi, io invece gironzolavo tra i tavoli con un succo di frutta in mano e un tovagliolo di carta nell’altra. Appena ci siamo incrociate ci siamo rese conto di avere trovato un tesoro.

Quel giorno iniziò la nostra avventura, il nostro viaggio.

In ogni mio ricordo ci sei tu con la tua risata assurda e contagiosa, io e te con la merenda in mano a vagare per la scuola, io e te a ridere e a chiacchierare troppo, io e te appiccicate o separate ma comunque indivisibili, io e te a sentirci dire quanto siamo incorreggibili.

17 anni preziosi e indimenticabili.

Eravamo due bambine diverse, tu con la tua serenità e il tuo sorriso sicuro, io sempre con un diavolo per capello e il sorriso innocente. Se per caso qualcuno si azzardava a farti male io gliene davo il doppio, se c’era qualcosa di “pericoloso” da combinare ero in prima fila e tu lì a guardarti la scena “sei pazza” mi dicevi e ridevi, fin quando non trovavi il coraggio di unirti alle mie malefatte.

Così simili eppure opposte, io ero sempre quella che stava sul portapacchi delle bici degli altri con le braccia spalancate, tu preferivi girare e rigirare fino alla nausea sulla giostra, io prendevo la rincorsa pure per scendere da una scivola e sistematicamente mi andavo a schiantare da qualche parte, tu correvi al riparo “perché non si sa mai”, io tornavo a fare la pazza anche dopo le corse in ospedale e tu invece non ci hai mai messo piede.

Tu eri la teoria, io ero la pratica. Alla fine è crollato tutto.

Siamo state lontane durante il liceo ma mai troppo lontane da perderci, l’affetto ha resistito, il bene non è scomparso. Spesso però mi chiedevo se molte cose avrebbero potuto essere diverse con te al mio fianco, se anche per te la vita sarebbe stata più semplice. Se fin da bambine certe cose fatte diversamente ci avrebbero fatto più bene. Magari tu avresti avuto meno paura della vita e io sarei stata meno arrabbiata con lei.

Ci sono foto di mille recite, recite in cui finivamo sempre per distrarci, in cui venivamo sempre separate e un attimo dopo eravamo di nuovo l’una accanto all’altra, foto in cui siamo colte alla sprovvista, ce n’è una in cui tu ti trattieni a stento dal ridere e io sono accanto a te con uno sguardo invasato, chinata nell’illusione che nessuno si accorga che nel bel mezzo della recita stavamo lì a ridere per chissà quale motivo, un’altra in cui festeggiavamo la natura e crescendo ci siamo rese conto che la parte dell’erba mi calava proprio a pennello (per il mio modo di essere, ovviamente) mentre a te quella dell’albero un po’ meno (per la tua antipatia per l’aria aperta), un’altra in cui dovevamo litigare in dialetto e invece durante le prove siamo finite per ridere e abbracciarci e neanche il gran giorno siamo state tanto credibili.

Ci sono foto in cui siamo solo dei pulcini, altre in cui inizia a manifestarsi il carattere (tu sempre serena e tranquilla, io sempre con la testa tra le nuvole), altre in cui iniziano a vedersi i cambiamenti della crescita (tu seria seria, io coi primi sintomi della timidezza che trasformano il mio sorriso rendendolo ebete), altre in cui ci siamo rese conto che stavamo sbocciando.

Col tempo eravamo riuscite a crearci un mondo tutto nostro, una cerchia di amici con cui poter essere semplicemente noi stesse, libere e felici. Ridevamo fino alle lacrime, la pazzia di uno diventava la pazzia del gruppo, non ci annoiavamo mai.

Non ci avrei creduto se mi avessero detto che un giorno sarebbe cambiato tutto, avrei cominciato a perdere certezze, persone, mi sarei resa conto di quanto è facile ritrovarsi soli.

Entrate nell’adolescenza ci siamo accorte di quanto stessimo veramente cambiando, “Ci metti troppa passione, ti brucerai” mi dicevi quando ti parlavo di un ragazzo, “Se non ci provi non puoi saperlo” ti rispondevo io e tu scuotevi la testa con decisione “No, sono tutti uguali. Non mi interessa”.

Ero convinta che sbagliassi, ma in realtà sbagliavo anch’io. Tu partivi con l’idea che fossero tutti gli stessi e nemmeno ci provavi, io partivo sapendo che tanto volente o nolente sarebbe finita, perché è sempre così e non puoi farci niente. Che comunque sarebbe andata soltanto noi saremmo durate per sempre.

“Ti pentirai” mi dicevi con quel tuo sguardo deciso.

Si, mi sono bruciata, avevi ragione ma non mi pento, perché in tutto quello che ho fatto ho sempre messo me stessa consapevolmente.

Tu mettevi al primo posto la paura, io speravo soltanto di non perdere il sorriso per colpa del cuore. Tu preferivi restare a guardare, io sognavo di volare. Alla fine io sono precipitata e tu hai cominciato a ripetermi continuamente “Lascia perdere”. E ho lasciato perdere.

“Lo dico per te, lo sai, non voglio che soffri” mi dicevi e dentro di me pensavo “Lo so, ma così non vivi”, “Non vedi come va a finire? Lo dici sempre anche tu” continuavi e si, lo dicevo sempre anch’io, ma le mie parole derivavano da una speranza tradita e non da una convinzione senza via d’uscita.

Più crescevamo, più usciva fuori la nostra diversità. Io ero certa che fosse un punto di forza, che fosse bello. Tu invece hai preferito farne un punto di rottura.

“Boh, chissà cos’eri in un’altra vita” mi dicevi ridendo quando correvo verso il prato dove andavamo sempre, lanciavo la borsa dove capitava prima e mi sdraiavo senza pensarci due volte.

“E dai, vieni anche tu!” ti rispondevo esaltata, “Bleah! Che schifo, lo sai che non mi piace” esclamavi subito perlustrando i dintorni.

Adoravo la nostra amicizia non soltanto per le sue “vecchie” radici, ma perché era l’unica cosa che mi era rimasta di veramente bello. L’unica cosa che ancora durava, che ancora mi dava speranza.

Potevamo essere noi stesse senza paura, dirci tutto sapendo che l’altra non avrebbe giudicato, sapendo che l’altra sarebbe stata lì e basta, con sincerità.

Ancora ricordo quelle volte in cui dicevi “i nostri figli cresceranno insieme, andranno a scuola insieme e si vorranno bene come noi” e io ridevo e aggiungevo “si, magari diventiamo pure consuocere”, e allora ridevi anche tu e i progetti aumentavano, i sogni crescevano e imparavamo che l’amicizia veramente non conosce limiti.

Rileggo a volte i tuoi sms e rido, altre volte mi si scioglie il cuore “ci sosterremo sempre”, “saremo sempre insieme”, “sei speciale e unica, averti vicina mi rende felice”.

Il tuo “ti voglio bene” era l’unica certezza che pensavo non avrei perso mai. Invece a poco a poco ho scoperto che niente dura per sempre. Nemmeno noi.

17 anni ignorati come se nulla fosse, improvvisamente privati del loro valore.

Per qualche assurdo motivo arriva sempre il momento in cui il mio impegno, la mia volontà, la mia forza, il mio affetto, non sono abbastanza. Arriva sempre il momento in cui vengo colpita senza preavviso, tutto succede senza che quasi me ne rendo conto, senza poterlo evitare. Una storia che si ripete all’infinito. E fine, è finito tutto, non resta più niente, non conta più niente.

Non ci vedremo più, non ci sentiremo più, non mi sveglierò più la mattina sapendo che tu sei ancora con me. Mi faranno male i soprannomi che mi hai dato quando sarà qualcun altro ad usarli, qualcuno non ancora informato, i nostri filmini, le nostre fotografie. Ogni volta che mi guarderò indietro sarai in mezzo a tutte quelle altre cose che non ci sono più.

Non capirò mai perché le persone abbiano la necessità di farmi del male e perdermi prima di capire l’importanza che ho, ma so che così come tutti sono sempre tornati indietro tu sarai l’unica a non farlo. So che adesso avrò un altro posto vuoto nel cuore ma non ti tratterrò, così come mai ho fatto (perché resto del parere che per quello che si vuole si rischia sempre e soprattutto ci si impegna per tenerlo in vita). So che nella vita si supera tutto, si va avanti anche quando non ci crediamo, ma so anche che non smetterò mai di guardarmi e toccarmi certe cicatrici perché il dolore e la delusione che mi hanno causato ormai mi hanno troppo disincantata. Non mi metterò più in gioco come un’illusa, non rincorrerò più nessuno e soprattutto non darò più “troppo” di me.

Forse è meglio starsene in pace da soli, non contare su nessuno, non credere in niente e lasciare perdere veramente.

Perché la verità è che le persone come me saranno sempre ammirate e desiderate da tutti, ma alla fine ne avranno paura e le lasceranno sole a inaridirsi.

E a questo punto è meglio così.

17 Ottobre 2013

Francesca Lizzio


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Cactus

Il treno è in ritardo, il sole inizia a tramontare,

il vento le passa tra i capelli col suo dolce soffiare

sospira, incrocia le braccia

non guarda nessuno in faccia,

se ne sta lì a fare i conti col passato

che l’ha resa dura e stanca e col cuore congelato

Ha dato retta alla paura chiudendo l’anima all’amore

perché chi al bene non è abituato conosce solo il dolore,

le hanno tolto il sorriso, la speranza, l’incanto

tutti quei coltelli nel cuore l’hanno resa di amianto

Dicono che sembra glaciale

pochi sanno che invece è troppo passionale,

dicono che sembra che niente possa toccarla

meglio, così nessuno osa sfiorarla

Per tutte le volte che è caduta e si è rialzata

ce n’è stata una in cui ha deciso che mai più nessuno l’avrebbe calpestata

così ha smesso di piangere, credere, sognare

ha avvolto il cuore nel cemento e ha imparato ad abbandonare

Sale sul treno, prende posto e guarda attraverso il finestrino,

solo ieri tratteneva le lacrime su quel marciapiede sentendosi un casino

A chi fa domande risponde con amarezza,

se ci pensa non ricorda cosa sia una carezza

Certe parole non sa più pronunciarle,

non riesce nemmeno a pensarle,

tiene spento il sangue, soffoca gli affanni

nessuno sa che non sente da anni

Le persone spesso davanti al buio preferiscono desistere

dimenticando che l’ombra senza la luce non può esistere

così della realtà delle cose ha fatto la sua difesa,

il cinismo dalle illusioni la lascia illesa

Perché un cactus non dimentica come vanno le cose,

le sue spine non sono belle come quelle delle rose,

sta in guardia dal mondo là fuori,

a nessuno importa che tra le sue brutte spine nascono frutti e fiori.

20 Dicembre 2014

Francesca Lizzio


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