Avremmo potuto amarci

Ho sognato quello che avremmo potuto essere.

Ho sognato quel trovarsi e sfuggirsi immersi nei sorrisi, quello sfiorarsi fatto apposta mentre si cammina per strada, le chiacchiere serie e meno serie alla fermata dell’autobus, tu che mi prendi in giro per la mia altezza “Sei nana”, io che ti rispondo “Sei meglio te che sembri un orso”, ho sognato il sorriso che avevi quando ci siamo visti la prima volta, quando mi hai squadrata dalla testa ai piedi, mi hai fatto un complimento e io ti ho risposto male perché i complimenti non li so gestire, di solito me li fanno i bambini, a quelli degli altri credo poco, ho sognato quel caffè insieme, di rannicchiarmi tra le tue braccia e non uscirne più, di restare lì incollata al tuo petto, al sicuro da tutto e da tutti, ho sognato mille risate, mille baci, i tuoi capelli arruffati, le mie mani perennemente assiderate, le tue battute squallide, le mie ancora più squallide, ho sognato che non ci credevi quando ti dicevo che l’amore non lo voglio, che preferisco stare tranquilla, che nessun paio d’occhi avrebbero potuto farmi cambiare idea, inclusi i tuoi, soprattutto i tuoi, ho sognato che non ti eri fermato davanti alla mia diffidenza, che avevi sbriciolato il mio scudo di cinismo, che mi avevi presa e non mi avevi mollata più così da dimostrarmi che eri sincero, che mi volevi davvero, che sbagliavo a non fidarmi, che non volevi prendermi a calci il cuore come tutti gli altri, ho sognato un pomeriggio d’estate, noi due sdraiati sul letto, tu che mi sorridi con un sorriso colmo di serenità, intrecci le dita delle nostre mani e io penso di avere fatto bene a darti il mio cuore così che potessi scaldarlo, così che potessi ricordarmi cosa significa, come ci si sente e a quel punto ci credo, hai abbattuto tutti i miei meccanismi di difesa, conosci il linguaggio dei miei occhi, siamo felici.

Ho sognato che avevi trasformato in fiori le mie spine, quelle spine che invece non hai capito, non hai voluto capire anche se potevi, anche se volevo, anche se sapevamo entrambi dal primo momento quanto avremmo potuto amarci.

Quando mi sono svegliata era arrivata l’estate e tu il mio cuore nemmeno in faccia avevi voluto guardarlo. Avevi l’urgenza di divertirti, senza il peso di una speranza insulsa, libero da brividi che richiedono impegno, dal mio sarcasmo che nascondeva il desiderio di essere vinta, dalla mia amarezza che non voleva altro che addolcirsi, dal mio cuore che aveva imparato a chiamarti di giorno, di notte, sempre, continuamente.

Per te era estate, per me era inverno perenne.

Te ne sei andato e quando sei tornato me ne sono andata io.

Ho ascoltato l’esperienza “Se n’è già andato una volta, lo rifarà”, ho ascoltato la paura “Ti spezzerà il cuore”, ho ascoltato la diffidenza “Ti sta prendendo in giro”, ho ascoltato il cinismo “Ti vuole illudere con cose che neanche esistono”.

Mi sono fatta giustizia in un tribunale senza testimoni, mostrandomi fredda e indifferente, perché dicevi che volevi esserci e non c’eri, perché a parole siamo bravi tutti, perché ero stufa di aspettare la prossima scusa, di fare la figura della stupida, di credere ciecamente al miraggio di un amore che mi aveva fatto più male che bene, che nemmeno si decideva a nascere.

Ho pianto, io che avevo smesso, io che avevo giurato, io che non ci credevo più, io che ti volevo in primavera-estate-autunno-inverno, per te che dovevi fare lo stronzo per forza, che adoravi le scommesse e ti sei tirato indietro appena ti ho sfidato, che dicevi di credere ancora nell’amore e il nostro l’hai abbandonato in autostrada, che hai il cuore solo per pompare sangue e sprecare ossigeno.

Francesca Lizzio


©Copyright 2015

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