Un segno invisibile e mio

Un segno invisibile e mio di Aimee Bender.

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Mona Gray, vent’anni, è innamorata dei numeri fino all’ossessione: l’ordine e la precisione dell’aritmetica le servono a difendersi dall’instabilità del mondo. Da quando il padre ha contratto una misteriosa malattia infatti, Mona ha bloccato ogni propria aspirazione, ha paura di innamorarsi e si rifugia in una serie di piccoli gesti e oggetti scaramantici.
Ma quando viene assunta come insegnante di matematica alle elementari la sua vita, grazie a un’allieva fuori dal comune e a un collega capace di far breccia nella sua timidezza, comincia a cambiare irreversibilmente.

 

Mona è legata al padre da un amore incondizionato per la matematica. Condividono tantissime cose insieme, sono molto uniti.
Quando però un giorno il padre si ammala improvvisamente, le loro vite e il loro rapporto cambiano e ciò avviene quando Mona è ancora una bambina. Così, nella speranza (e nella convinzione) che il suo amore possa far guarire il padre, Mona si affida all’universo stipulando una sorta di patto: se io rinuncio a tutto ciò che mi piace e che amo, tu farai guarire mio padre.
Tra l’altro, in occasione del suo decimo compleanno, il padre le racconta una storia molto particolare che contribuisce a portarla alla drastica decisione di rinunciare a se stessa per amor suo.

Gli anni passano, Mona diventa una giovane donna sola e “stramba” agli occhi degli altri, una ragazza che fino ai vent’anni non conosce se stessa neanche un po’ e che non fa che punirsi ogni volta che incontra qualcosa che le piace, o che le può piacere, per amore del padre.
Ma poi un giorno, finalmente, apre gli occhi e impara a vivere come merita, con coraggio e con amore vero.

Questa è una storia tenera e struggente che secondo me va conosciuta.
Vi consiglio sia di leggere il libro, sia di vedere il film (non importa in che ordine) a mente libera e a cuore aperto. A mio parere è una di quelle rare volte in cui il film non solo rispetta il libro, ma addirittura dà un senso di maggior completezza all’intera storia.

Jessica Alba interpreta Mona con una dolcezza e un’autenticità che ti restano addosso.

Il titolo del film è I numeri dell’amore.

Francesca Lizzio


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Il guaio di essere me

Il guaio di essere me è che ormai hai imparato a usare solo la testa, così oltre a reprimere la parte di te che andrebbe tirata fuori, impedisci agli altri di scorgerla.

Quando ti capita di potere avere l’amore, non lo afferri più. Te lo fai scivolare addosso senza che ti tocchi davvero, lo scansi, chiudi il cuore e scappi.

Per quanto vorresti avere qualcuno vicino, alla fine ti ritrovi sola. Perché non ti fidi più, perché non sai lasciarti andare, ormai abituata a tenere alto lo scudo, perché la persona che hai di fronte sei certa che non ti capisca davvero, i tuoi meccanismi di difesa chissà se li ha almeno percepiti, nemmeno ti impegni a mostrarti per come sei davvero, un po’ per paura e un po’ per pigrizia (tanto è inutile, quando se ne andrà non farà la differenza).

Non importa se lo guardi lì sotto casa mentre il cuore ti grida di correre giù per le scale scendendo tre gradini alla volta, nella tua testa non farai che ripetere “Devo stare attenta, se sbaglio ne approfitterà. Non devo dargli troppo, non saprà farsene niente comunque”.

Il guaio di essere me è che non sai parlare di queste cose, sai solo scriverle.

E come fai quando scendi e ce l’hai di fronte? Come glielo spieghi? E anche se ci riuscissi, capirebbe? Gliene fregherebbe qualcosa?

Il guaio di essere me è che ormai preferisci lasciare perdere. Pensi “E’ meglio così, sarebbe stato inutile”, così dietro la tua armatura di spine te ne esci con qualche stronzata, niente di elaborato, poche parole ben scelte che gli permettano di sparire senza ripensamenti.

Tanto oggi è tutto così facile, perché perdere tempo dietro una come te?

Visto? Non ha capito, ha preso e se n’è andato.

Il guaio di essere me è che poi a quel punto non ti senti più leggera, anzi. Vorresti essere come le altre, loro sono giuste, tu fai solo casini.

Il guaio di essere me è che fare da sola ti riesce troppo bene, talmente bene che altrimenti non sapresti come fare.

Il guaio di essere me è che la realtà è l’unica versione che accetti, quelle rarissime volte che ti concedi un sogno finisci col rinnegarlo e maledirlo.

Il guaio di essere me è che ad un certo punto, hai accettato che le cose vadano solo in questo modo.

Francesca Lizzio


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Maledetta me

Maledetta me, maledetto il mio cuore che è sparso qua e là, che l’ho catapultato dove non andava messo, dove non andava perso, che usarlo è la cosa che mi spaventa e odio di più, maledetta me che sento tutto e non sento niente, che non so mai per certo se smettere di credere o smettere di smettere.

Francesca Lizzio


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So cosa significa

Sto sul treno per tornare a casa, ascoltando Tracy Chapman e sgranocchiando un pacchetto di crackers.

Le luci della città si rincorrono, mentre i miei pensieri scorrono lungo le rotaie, vagano fuori dal finestrino.

Biscotti, crackers, grissini. Scelgo sempre quelli spezzati, quelli rotti. Mi viene spontaneo.

“Fai come fanno le mamme” una volta mi hanno detto. No, lo faccio perché so cosa significa non essere mai scelti perché fuori non si è belli, non si è perfetti. So che le persone che sono state distrutte e si sono ricostruite pur avendo perso qualcosa sono le migliori, anche se a guardarle non si direbbe, anche se a volte fanno paura. Lo faccio perché so cosa significa avere un mondo da offrire ma non trovare nessuno a cui offrirlo. So cosa significa sperare tanto di trovarlo fin quando un giorno perdi il coraggio e alla fine pure il desiderio.

Ho scoperto una triste verità, comunque: quando non si è abituati alle cose belle, quando se ne fa a meno per tanto tempo e improvvisamente appaiono si finisce per respingerle, si scappa, si preferisce rinunciarci fin da subito piuttosto che doverci rinunciare in futuro.

Francesca Lizzio


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