L’abito di piume

L’abito di piume di Banana Yoshimoto.

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Hotaru torna nel paese natale, un piccolo borgo tranquillo attraversato da un fiume, per dimenticare le sue pene d’amore. Era andata ad abitare a Tokyo e per otto anni aveva vissuto una relazione sentimentale con un uomo sposato, che inaspettatamente l’aveva abbandonata. 
Il ritorno di Hotaru è un modo per ritrovare la pace e la serenità tra gli amici e l’affetto della nonna. La madre è morta e il padre è in viaggio in California.
Hotaru trascorre le giornate ad aiutare la nonna nel suo caffè dall’atmosfera intima e familiare. Rivede luoghi e persone del passato, soprattutto la sua vecchia amica Rumi.
Un giorno, dopo una passeggiata lungo le sponde del fiume, Hotaru incontra Mitsuru, un ragazzo che le lascia una strana sensazione di déjà vu.
Hagoromo (letteralmente “abito di piume”), indica un particolare tipo di kimono leggerissimo che le tennyo, figure mitologiche dalle sembianze di donne-angelo, indossano per volare tra il mondo terreno e l’aldilà.
Guarita dal dolore, Hotaru può indossare il suo “abito di piume” per librarsi in volo verso la vita.

Questo romanzo trasmette la speranza di un futuro migliore. Attraverso gli affetti familiari e l’amicizia, vuole ricordarci che nella vita si può superare anche il più grande dei dolori.

Tutto passa, si va avanti, la tristezza col tempo diventa esperienza.

Basterebbe, in effetti, leggere le prime tre pagine per innamorarsi di questa storia, dove emerge la naturalezza che la Yoshimoto ha nel parlare di sentimenti comuni a molti.

Con uno stile semplice e coinvolgente, riesce a trasportarci in un’atmosfera che sa di sogno.

Hotaru è una ragazza di ventisei anni che attraverso un viaggio dall’infanzia alla donna che è diventata, ricorderà degli eventi del passato che aveva dimenticato e volterà pagina, supererà la malinconia di ciò che è stato. Rinascerà e potrà indossare il suo abito di piume.

Un romanzo tenero, impreziosito dai giusti ingredienti che anche se non hanno una spiegazione logica, permettono di allontanarsi per un po’ dalla realtà.

Francesca Lizzio


©Copyright 2016

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Un anno

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Un anno fa nasceva cuore di cactus. Voi ci credete? A me sembra ieri.

Onestamente quando cerco di ricordare cosa stavo facendo quel pomeriggio piovoso, prima di aprire il blog, ho il vuoto assoluto. Non so come ho fatto, ma so che mi ha spinto il desiderio di trovare qualcosa di buono e di trovarlo con le mie forze.

Scrivere è l’unica cosa che mi fa sentire giusta in tutti i sensi. So che non mi riesce particolarmente bene, ma non ho mai avuto niente e adesso invece scrivo.

Scrivere con amore, per respirare, per fare chiarezza, per liberarsi di un peso, è qualcosa di straordinario. Tocchi i tuoi limiti e impari e ridefinirli. Tocchi i tuoi spigoli e impari e distinguerli.

Mi sento dire cose come “mi piace il tuo stile”, “mi piace il tuo modo di scrivere”. Ancora mi sembra inverosimile scoprire di avere un mio stile o un mio modo di scrivere, è un po’ come scoprire una nuova caratteristica fisica.

Insomma, proprio io che prendo le porte in pieno, inciampo, non mi perdo uno spigolo, cado con non molta grazia, ho uno stile, un modo, scrivo.

Non mi abituerò mai e ne sono felice, è troppo bello essere sorpresi.

Mi sono sentita dire che sono coraggiosa, ma non mi sento affatto coraggiosa. Il cosiddetto “coraggio” forse sta nel fatto che ogni volta che mi prende un attacco di panico non chiudo tutto e non vado a nascondermi da qualche parte.

Insomma, il 2015 è stato l’anno in cui mi sono riscoperta. Ero certa che non sarei riuscita a portare avanti un progetto simile, un po’ per timidezza e un po’ per paura e anche se gli intoppi non sono mancati, so che aprire questo blog è la cosa migliore che abbia mai fatto. E l’ho fatta proprio io.

Oggi sorrido grazie a voi. Grazie ai vostri commenti, ai vostri messaggi, alla vostra presenza.

Un anno fa, nel giro di un mese (più o meno), le mie parole hanno iniziato a fare il giro del web, avvicinando persone da tutte le parti d’Italia. Così, a poco a poco, sono nate delle amicizie. Hanno fatto di cuore di cactus una filosofia di vita, hanno coniato l’appellativo “cactusiane” e non c’è un solo giorno in cui non mi regalano un sorriso.

Nella mia vita l’amicizia è stata la cosa che mi ha deluso di più. Ho avuto le mie batoste dall’amore, ma niente a che vedere con tutte quelle amiche che ho adorato, per cui ci sono sempre stata, a cui ho sempre dato tutto incondizionatamente. Perché anche se non riuscivo a credere completamente nell’amore, avevo un gran bisogno di credere almeno ad una sua sfaccettatura.

Alla fine però mi ha sorpresa. Mi ha fatto conoscere delle persone con cui mi sono sentita vicina, nonostante la distanza. Ci siamo trovate, semplicemente. E’ successo tutto da sé, da un pugno di parole. Ho sempre pensato che la distanza è uno dei volti dell’impossibile, eppure eccoci qua. A parlare di tutto o di niente, del più e del meno, di quello che ci ha cambiate, di quello che amiamo, di quello che desideriamo. A ridere, a gioire, a stringerci quando la vita fa male, a prendere in giro la distanza quando possiamo, farle vedere che non può dividerci veramente.
Conservo nel cuore tutte le volte in cui ci siamo confidate, in cui abbiamo riso e scherzato, tutte le volte in cui abbiamo immaginato dove e come incontrarci, in cui ci siamo aiutate e confortate.
Conserverò sempre nel cuore tutti i nostri momenti, perché sono la prova che nonostante le spine un po’ di amore serve sempre.

Vi auguro di credere in voi stessi e magari di avere anche qualcuno che faccia altrettanto, di non essere soli nell’inseguire i vostri sogni, di dargli tempo, di dargli un’occasione. Ascoltatela sempre quella vocina che magari solitamente se ne sta in disparte, dentro di voi. Ascoltatela quando vi dice qualcosa di buono, quando vi incoraggia verso qualcosa.
Ha ragione.

Grazie per questo anno insieme!

Francesca


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Amara

Mi sento sempre fuori luogo, sbagliata, orrenda, incapace, inferiore.

Dico sempre “grazie”, “se non ti dispiace”, “scusa”, “scusa se disturbo”, come se in un modo o nell’altro sbagliassi sempre o non meritassi niente o infastidissi.

Di tutte le vocine che sento dentro di me, non ce n’è mai una dalla mia parte.

Sono timida e a quasi tutti sembro stronza. Sono cinica, scorbutica, diffidente, disillusa, sono stata costretta a diventare così. Non volevo diventare intoccabile, volevo solo essere felice.

Mi tengo a distanza di sicurezza dalle persone perché sono sempre pronta a restare sola.

Ecco cosa succede a volere troppo bene e ad essere troppo buoni: un giorno ti svegli e hai il rigetto di tutto il cuore che una volta amavi usare. Un giorno ti svegli e non vuoi saperne più niente, provi solo disgusto e disincanto, provi quasi pena per la persona ingenua che sei stata.

Una volta non avevo paura, ad ogni caduta mi rialzavo e riprovavo, ci credevo ancora, forse anche più di prima. Oggi risparmio su tutto, sono diventata selettiva. Ormai l’unico amore in cui credo è quello per se stessi. E’ l’unico modo che conosco per difendermi.

Quando qualcuno prova ad avvicinarsi mi serve un mare di tempo prima che riesca a fidarmi. Anche se sembra una persona sincera, io non riesco, non subito, mai totalmente.

Quelle come me distruggono tutto per non ritrovarsi distrutte, non perché sono cattive, montate, egoiste. Vorrebbero soltanto non dover combattere da sole contro le loro paure, vorrebbero soltanto qualcuno che resti dopo aver ascoltato, dopo aver capito, ma capito davvero, capito al punto di prenderle subito quando stanno per darsela a gambe.

Quelle come me lo sanno che non esiste il per sempre, che la vita e tutte le sue cose hanno un inizio e una fine. Vorrebbero solo fidarsi di nuovo dell’amore.

Quelle come me odiano avere ragione, vorrebbero essere stupite ogni tanto.

Peccato che nessuno lo capisce.

Francesca Lizzio


©Copyright 2016

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