Tutti meritiamo di conoscere la felicità

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Averlo tra le mani è così strano. E’ una gioia incontenibile, devo toccarlo più volte per rendermi conto che è reale.
L’ho percepito come fosse una carezza, dalla prima all’ultima parola. E’ stato una stretta al cuore e l’ho tenuto tutto per me il più a lungo possibile, per rendermi conto di averlo creato con le mie mani, io, che ho sempre pensato di non essere buona più o meno in nulla. Finché non sono stata pronta a lasciarlo andare per la sua strada, tra persone che magari troveranno rifugio tra le sue pagine.
Chi lo accoglierà spero che, almeno un po’, si ricordi di lui, perché tutto quello che vorrei è che accarezzasse il suo cuore e gli dicesse “Non rinunciare mai”.
Quando ho creato questo rifugio, l’ho fatto col desiderio di tornare a stare bene, di ricredermi su tutto quello che fino a quel giorno mi aveva fatto del male. Quello che ho avuto da allora è più di quanto potessi immaginare o pensare di meritare.
Ho stretto delle amicizie speciali, ho trovato un modo tutto mio per tenere a bada la timidezza (e i pensieri). Ho scoperto qualcosa in più su di me.
Ho aperto il cuore ad un nuovo capitolo della mia vita, con un po’ di paura, è vero. Ma l’ho fatto, per fortuna, e sono grata a tutte le persone che hanno voluto un posto tutto loro qui, in questo piccolo angolo spinoso. 

Scrivere un libro è sempre stato il mio sogno più grande, nonostante lo ritenessi impossibile, fuori dalla mia portata. Nonostante non mi sentissi all’altezza. Eppure, eccolo qui.
Pubblicare è una soddisfazione bellissima, ma essere letti, trovarsi con gli altri e scoprirsi simili, lo è molto di più. Si, si scrive per se stessi, ma per me è arrivato tempo fa il momento in cui al cuore non bastava, voleva toccare gli altri. Certo, non sarà tutto rose e fiori (quando mai lo è?), non diventerò chissà chi. Non è questo quello che cerco. Per me conta fare del bene agli altri. Ormai scrivere non aiuta più soltanto me stessa, ma anche chi mi legge e mi piace stare vicino alle persone. In questi due anni ne ho conosciute tante, mi piace scoprire che ce ne sono di bellissime in giro, incasinate più o meno come me.
Ricordo che un anno, alle medie, l’ultima ora di sabato era l’ora di narrativa. La prof. faceva leggere tutti a turno e prima che la campana suonasse, faceva leggere una seconda volta chi aveva letto meglio. Un giorno toccò a me leggere di nuovo e fu talmente inaspettato che m’incartai, facendo qualche strafalcione. Niente di grave, ma di sicuro la prima volta avevo letto meglio.
Io sono così, ogni volta che mi viene riconosciuto qualcosa, ricevo un complimento, mi succede qualcosa di bello, resto spiazzata al punto che finisco col combinare qualche casino o peggio, rovino tutto.
Non è facile rendersi conto che a tutti serve qualcosa di bello ogni tanto, inclusi noi stessi. Per una volta però mi sto godendo sul serio la mia “cosa bella” e sono fortunata, perché ho accanto le persone giuste.
Stringere questo libro mi conferma che se un sogno non ti abbandona, allora vuol dire che è quello giusto. Quindi se ne avete uno, vi auguro il coraggio e la determinazione di realizzarlo, e di avere vicino qualcuno che crede in voi.
Perché tutti meritiamo di conoscere la felicità.

Come al solito in foto non sono del tutto rilassata, ma vi assicuro che sono pazza di gioia.

Francesca

F _

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Vieni a prendermi

Vieni a prendermi.

Col mio cuore di spine che non sa arrendersi.

Con la mia testa tra le nuvole che non riposa mai.

Con le mie occhiaie eterne fatte di pensieri e sentimenti.

Con la mia timidezza che mi fa sentire un’aliena tra gli esseri umani.

Coi capelli che uso per nascondere il mio viso.

Coi miei occhi che hanno perso il coraggio e scappano sempre.

Con il vento che ho dentro e mi trascina con se.

Col mio riuscire a dormire soltanto se abbraccio il cuscino.

Col mio sorriso imbarazzato di quando ricevo un complimento.

Coi colori che indosso che non attirano l’attenzione.

Col trucco semplice che passa inosservato.

Con le cicatrici che ho collezionato.

Con le lacrime che non vede mai nessuno.

Con le mie battute squallide.

Col mio sarcasmo affilato.

Con le mie paure.

Con i miei sogni.

Con le mie speranze.

Col mio sentirmi irraggiungibile ed esserne tristemente fiera.

Col mio sentirmi sola ed esserne tristemente abituata.

Col mio non sentirmi mai bella e nemmeno giusta.

Col mio sapermela cavare anche quando non ci credo.

Saresti una gran bella sorpresa.

Francesca Lizzio


©Copyright 2016

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Ti penso

Una volta ti feci leggere Perché si dice addio di Giulia Carcasi. Era sera, avevi voglia di leggere e così presi al volo l’occasione. Speravo capissi quanto ci fosse di me in quelle parole, che fossi pronto.

Adesso, quelle rare volte in cui mi capita di rileggerle, penso a te.

Non ti penso più come una volta. E’ passato tanto tempo, ormai sei cicatrice, non più ferita.

Quando ti penso però, ti penso in mille modi diversi.

Ti penso con tristezza. Mi dispiace averti spiegato troppo tardi che sono scappata perché ho avuto paura di essere felice, ho avuto paura quando ho riconosciuto l’amore nei tuoi occhi.

Ti penso con gratitudine. Sono grata perché sei stato diverso, oggi, che l’amore è tutto apparenza e niente sostanza, che le persone sono “usa e getta”.

Ti penso con speranza. Spero che alla fine sei riuscito a perdonarmi, a lasciarti alle spalle la delusione che ti ho causato. Spero che stai bene e sei felice, perché lo meriti. E spero che l’aver sbagliato con te, m’impedisca di scappare ancora se dovessi trovare l’amore in altri occhi.

Quando ti penso, alla fine ti ringrazio, perché è merito tuo se nel mio cuore esiste ancora un posto per l’amore.

Francesca Lizzio


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Merito di essere felice

Non ho mai pensato di meritare qualcosa. Mai. Eppure oggi ho finalmente capito che qualcosa invece la merito. Niente di eclatante, niente di elaborato. Solo un po’ di felicità.

Merito di essere felice perché non è stato facile diventare la donna che sono. Non è stato facile superare la cattiveria gratuita di certe persone, il voltafaccia delle best friends forever, quei per sempre bugiardi. Non è stato facile andare avanti senza quell’amore che non si è mai fatto trovare davvero.

Merito di essere felice perché so cosa significa vedersi sbattere una porta in faccia, sentirsi rifiutati e umiliati, vedere amore sprecato per chi invece per me non ne ha mai nutrito.

Merito di essere felice per tutte le volte in cui ho lottato quando gli altri aspettavano di vedermi mollare, per tutte le volte in cui ho ricevuto una pugnalata al cuore e ho sprecato tutte quelle lacrime pensando fosse colpa mia, pensando quasi fosse giusto e invece l’unica colpa che avevo era l’aver visto un mondo intero nel vuoto più assoluto.

Merito di essere felice perché non ho mai smesso di credere in me anche se gli altri hanno fatto di tutto per sminuirmi, farmi a pezzi, spegnermi. Non ho mai pensato di essere chissà che, ma per fortuna mi sono sempre voluta almeno un po’ bene.

Merito di essere felice perché un giorno ho capito quanto valgo, perché sono sempre rimasta fedele alla persona che sono.

Me lo merito perché ad un certo punto tocca anche a me, ci sono anch’io e non ho intenzione di guardare la vita passare senza un pizzico di questa felicità.

Francesca Lizzio


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Una grande donna

Dietro a una grande donna c’è un repertorio di ferite, delusioni, scelte sbagliate o rimpiante. C’è un retroscena di vuoti e mancanze, di “x” sparse qua e là, segni che stanno ad indicare porte già aperte, esplorate e sigillate. C’è la costante del sentirsi inadeguata, fuori tempo, fuori posto, fuori luogo e dentro sai che casino.

Quello che puntualmente nella vita l’ha sempre fregata, è il fatto che abbia amato gli altri più di quanto abbia mai amato se stessa.

Dietro a una grande donna ce n’è una piccola. E’ subdola, insinua il dubbio, mette ansia e alimenta le paure. E’ quasi impossibile ignorarla, c’è bisogno di una grande forza o di una mano che sa accarezzare. Purtroppo non sparisce mai, la stronza.

Ce n’è anche un’altra, gigantesca, che a volte è incazzata e altre volte solo depressa. O punge o piange. Andrebbe abbracciata, ma va benissimo anche un po’ di cioccolato.

Una donna così ha collezionato tante belle parole, tante promesse e le ricorda (difficile dimenticare) dietro quelle “x”, sapendo che non è il caso tornare indietro. Ha collezionato tradimenti, incomprensioni ma anche occasioni, conquiste e ricordi preziosi. Sa che non tutto può essere compreso ma ha dato un senso anche all’incomprensibile.

Nel sorriso di una grande donna c’è l’orgoglio di essersi sempre rialzata, il più delle volte da sola. Ci sono le persone a cui ha voluto e vuole bene e la fierezza di amare persone, luoghi e cose “impopolari” perché sa che la sostanza ha tutt’altro che sembianze appariscenti. C’è il coraggio di voler essere se stessa, anche se gli altri la vogliono diversa.

Una grande donna non mette in vetrina, lascia uno spiraglio, sperando che qualcuno prima o poi abbia voglia di sapere cosa c’è dentro. In ogni caso, ha imparato a farsi luce da sola.

Una donna così, nonostante si senta tutto tranne che grande, affronta la vita con coraggio, tenerezza e resilienza.

Francesca Lizzio


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Via

Quel giorno pioveva copiosamente. C’erano lampi di tutti i colori che si rincorrevano, il vento forte, il cielo nero.

Stavo accucciata davanti alla finestra, con le gambe raccolte sul mio petto e le braccia intorno alle mie spalle. Ero concentrata ad aspettare i tuoni così da non dover pensare ad altro, quando vidi una ragazza uscire di casa. Aveva un ombrello blu, “Un colore normale” mi dissi ripensando al mio che invece è giallo, “Quanto sei sentimentale, l’hai preso giallo come Tracy e di tutte le volte che prendi l’autobus o la metro non ce n’è una in cui incontri il tuo Ted”.

Trascina una valigia, ne ha altre due appese alle braccia (più la borsa). Sta partendo, la invidio. Magari ha trovato lavoro e una casa bellissima, piccola si, ma bellissima, sua, con un albero di ciliegio o di mimose che può vedere tutti i giorni dalla finestra, vicina alla fermata dell’autobus, magari c’è un fiume o un lago lì nei paraggi, ci sono gli alberi, l’aria è pura, c’è la montagna o il mare, magari qualcuno l’aspetta oppure è sola e non gliene frega niente.

Infila nel cofano le valigie, chiude l’ombrello, sale in macchina e parte, via, lontana da tutto e da tutti. Non tornare più, mi raccomando. Trova la tua strada e non voltarti mai indietro.

Già la immagino. Probabilmente prenderà il treno, non è una che ama volare (anche se non sogna altro da quando era bambina), sicuramente ha smesso di credere nell’amore, ha imparato che quello che gli altri raccontano un giorno può succedere a te, che la vita non può certo essere tutta rose e fiori ma chissà perché la sua è sempre un inferno.

La vedo, è arrivata alla stazione, parcheggia, apre l’ombrello, tira fuori le valigie dal cofano e s’incammina. Non si guarda indietro e nemmeno intorno, va via.

“Binario 3, arrivo previsto per le 17:45” già, previsto, chissà se sarà puntuale.

Trascina le valigie, strano, non c’è tanta gente, forse la maggioranza ormai viaggia solo in aereo. Sono le 17:24. Sospira, avvolge meglio la sciarpa intorno al collo, inizia poi a rovistare nella borsa, chissà che cerca, fa freddo, forse ha dimenticato i guanti, che importa, ne farà a meno, ci si abitua a fare a meno di tutto nella vita.

Piove ancora, ha uno sguardo fermo e tranquillo anche se dentro è tutto tranne che tranquilla. E’ sicura di voler partire, ci ha pensato tante volte, ha sistemato tutto. Andrà bene, deve andare.

Lascia indietro gli amori sbagliati, le amicizie finite, le lacrime incomprese, le domande che non hanno mai avuto risposta. Va via, verso un nuovo inizio. Non importa quanto sarà difficile, nella vita tutto è difficile, non importa se non ha nessuno a fianco, nella vita si sta in piedi anche da soli, in fondo servono solo due gambe.

A questo punto si sente il fischio di arrivo, manca poco.

Sospira un altro po’, si sposta i capelli dal viso, la pioggia avvolge il suo ombrello blu.

Ed ecco il treno in lontananza, coi fari accesi. Sono le 17:39.

Continua a piovere, forse anche il cielo vuole salutarla.

Sale i gradini del treno trascinando il suo passato, andando verso un futuro migliore. Prende posto in un vagone più o meno vuoto, guarda la pioggia scivolare sul finestrino e sorride. Si, sorride.

Il treno parte puntuale, un miracolo.

Forse è destino che vada via.

Forse un giorno me ne andrò anch’io.

Francesca Lizzio

personaggi della serie How I Met Your Mother


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Certe donne

E’ prerogativa di certe donne non sentirsi mai abbastanza.

Ci sono quelle che colpiscono per un sorriso distratto, una mano passata così tra i capelli, quelle con delle occhiaie che nemmeno tre chili di trucco riescono a nascondere o che invece se ne fregano e non vogliono nasconderle, quelle con lo sguardo lontano, quelle che si truccano tanto, quelle che si truccano poco o niente.

Ci sono quelle che “No, non ce la faccio” e invece alla fine ce la fanno, quelle che inciampano, sbattono, prendono in pieno porte, muri, mobili e ridono anche se così si saranno assicurate un bell’ematoma.

Ci sono quelle che “No, non ci credo più. Vada al diavolo lui e pure tutti gli altri” e dicono sul serio, quelle che vorrebbero dire sul serio ma non ci riescono, quelle che “Io però continuo a sperarci”, quelle che sognano e non lo dicono a nessuno, quelle che leggono, quelle che scrivono.

Ci sono quelle che si sentono invisibili oppure pagherebbero per esserlo (almeno per un po’, ogni tanto), quelle che corrono dalla mattina alla sera stando a sentire tutti e dimenticando se stesse, quelle che si incazzano per bene e mandano tutti a fanculo “Basta, decido io, faccio a modo mio”.

Ci sono quelle che si sono spaccate la testa mille volte e si sono stufate “No, grazie, ho smesso”, quelle che guariscono e dicono “Ma si, dai, riproviamoci”, quelle che non sanno perdonare perché fa troppo male, quelle che perdonano appena un gesto o una parola fa sciogliere loro il cuore.

Ci sono quelle che affrontano situazioni impossibili e anche se si sentono il mondo addosso, anche se si sentono insignificanti e sconfitte, riescono a superarle pur non credendosi forti abbastanza.

Ci sono quelle che non sanno parlare, quelle che parlano troppo, quelle che il cuore non lo abbandonano manco a legnate, quelle che lo prendono a legnate.

Ci sono quelle che stanno alla fermata dell’autobus con le cuffie nelle orecchie e la musica nemmeno la sentono, troppo impegnate a chiedersi perché e per come, quelle che si sentono le pecore nere dappertutto, quelle che piangono in silenzio, quelle che lo urlano al mondo quando sono a pezzi.

Ci sono quelle che si nascondono per non essere notate, quelle che sperano sempre di essere notate, quelle fortunate che hanno delle amiche pronte a tutto e in qualunque momento, quelle che hanno smesso di credere pure nell’amicizia.

Ci sono quelle che pensano, pensano, finché non crollano, quelle che fanno, fanno, così non devono fermarsi a pensare e crollare, quelle che non hanno nessuno, quelle che hanno qualcuno ma in fondo è come se non avessero nessuno.

Ci sono quelle che scelgono, quelle che non vengono mai scelte, quelle che non si piacciono ma dovrebbero, quelle che finalmente lo capiscono e iniziano ad amarsi, quelle che si sanno aiutare da sole, quelle che ogni tanto si fanno aiutare (che ogni tanto ci vuole).

Ci sono quelle che hanno deciso di ammazzare la speranza visto che è l’ultima a morire, quelle che non smettono di difenderla anche dopo infiniti calci in culo, quelle del bicchiere mezzo pieno, quelle del bicchiere mezzo vuoto, quelle che il bicchiere se lo scolano e arrivederci e grazie, quelle che ballano, quelle che lo fanno solo con dell’alcol in circolo.

Ci sono quelle che coi sentimenti non sanno giocare e fanno la guerra col mondo quando scoprono che lo stronzo di turno le ha prese solo in giro, quelle che a quel punto iniziano a fare come quello stronzo “Chi se ne frega, così non soffro più”.

Ci sono quelle che si cercano e non si trovano, quelle che si trovano e non si perdono più, quelle che si perdono per poi ritrovarsi, quelle che scappano, quelle che aspettano.

Io credo che queste donne siano più forti e più belle di quello che pensano. Vorrei non si sentissero diverse dalle altre, che se ne fregassero, perché sono tutta un’altra storia e con loro non c’entrano niente. So che non è facile ma è possibile.

Siate come la terra che malgrado il cemento, riesce sempre a fiorire.

Francesca Lizzio


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Io senza te

Ti devo chiedere scusa. Ti chiedo scusa per avere tirato fuori la vecchia armatura dopo tutto quello che hai fatto per liberarmene. Ti chiedo scusa perché mi sono resa conto di non riuscire ad essere felice nemmeno per te.

Oggi è uno di quei giorni in cui vorrei sparire, in cui non posso negare di avere chiuso di nuovo il mio cuore e di averlo sepolto sotto una lastra di ghiaccio, stavolta.

Dicevi che sono un cactus, una pianta che si difende e che se non permette a se stessa di fiorire marcisce dall’interno. Chissà poi se è vero, non mi sono mai documentata e a dirla tutta nemmeno mi interessa, le tue teorie erano giuste a prescindere. E comunque era impossibile non credere in qualcosa di cui tu eri sicura di una sicurezza assoluta, una sicurezza che avrebbe potuto spostare perfino le montagne.

Sai, oggi l’amore ha una data di scadenza. Una volta era più probabile (o almeno si sperava) che iniziassero in estate le storie d’amore e oggi invece arrivano al capolinea appena esce il primo vero raggio di sole, per poi magari riprendere a Settembre.

Sono tempi in cui essere spontanei è sbagliato, ti devi misurare, perché il potere appartiene a chi dei due è meno coinvolto, chi se ne fotte se quell’idiota ci spera. Sono stronzate le cose che si dicono, che gli uomini impazziscono per la tenerezza o la forza di una donna, che deve avere senso dell’umorismo, no vabbé se è cretina poi si stufano, guardano le troie ma poi alla fine sanno da chi devono andare per essere felici.

Era bello quando l’amore si sentiva e basta. Quando lo lasciavamo libero di cambiarci il sorriso e la giornata, senza tattiche, senza prese per il culo che non c’era tempo da perdere, c’era interesse e allora ok, proviamoci, vediamo che succede. Era bello quando era amore e la paura di viverlo spariva con uno sguardo. E comunque era una paura felice. Altri tempi, più di pelle e meno di scuse.

Certe volte penso che la vita era migliore solo perché esistevi tu.

Tu forse non ti saresti stancata (malgrado le delusioni accumulate), magari avresti avuto più pazienza (o forse si tratta sempre e solo di speranza?), forse alla fine saresti stata premiata. Non saresti diventata cinica e diffidente come me. Saresti stata tu quella al fronte, quella decisa a dimostrare al mondo che le eccezioni esistono ancora.

Tu avresti combattuto, io avrei pianto anche per te.

Tu avresti continuato a sperare, io avrei sbattuto la testa in due muri diversi.

Avresti gli stessi occhi e lo stesso sorriso di sempre. Io sarei quella che sono oggi, quella di poche parole e gli occhi altrove, lontani e la testa occupata a non pensare perché se pensa crolla ed è finita.

Oggi il vaso trabocca, lo sai come sono, sono come i cani che quando stanno male al massimo si lamentano un po’ o a volte nemmeno si fanno sentire, stanno in un angolo sapendo perfettamente a cosa stanno andando incontro.

Sono un fiume in piena costretto a degli argini troppo stretti che ad un certo punto straripa e non guarda in faccia nessuno.

Quando mi sento così persa mi tornano sempre in mente le tue parole cariche di speranza “Chi ha cuore vede da lontano” mi dicevi, “Ma quando mai, sono tutti strabici o daltonici” ti rispondevo con la mia amarezza, “Qualcuno c’è sempre” continuavi senza incertezza. Non conoscevi la resa, per te c’era sempre una nuova occasione, una nuova amicizia, un nuovo amore. Per te c’era sempre il “sempre”.

Era bello quando col mio sarcasmo stroncavo qualcuno e tu ridevi così tanto che le guance ti si infuocavano, quando mi mettevo a cantare con la voce grossa e tu dicevi che era assurdo che in un corpo così piccolo ci fosse un vocione da tenore, quando certe cose non erano così irraggiungibili, quando non mi preoccupava essere diversa perché dicevi che le cose sarebbero cambiate.

A volte però vorrei essere uguale a qualche mia coetanea, più “facile-semplice-leggera” che magari vive meglio, è più desiderata, più ben voluta, superficiale, menefreghista, vorrei ottenere qualcosa senza sforzarmi di ottenerla, non essere quella che si fa in quattro per far funzionare le cose, non essere quella che ci mette tutta se stessa e nessuno le viene incontro, non essere quella irreprensibile, quella che alla fine combatte sempre contro i mulini a vento. Invece no, io sono diversa, odio i miei occhi che a volte traboccano di cose che andrebbero seppellite e a volte sono spenti come un vulcano inattivo che poi all’improvviso si risveglia ed esplode, io non sono facile, mi si legge in faccia, sono difficile, ho troppe cose dentro, sono un casino, non la so prendere alla leggera questa vita che mi scivola tra le dita e non si fa afferrare mai, non so ridere di niente in un tempo che so che non tornerà più, che finirà e lo so che è pesante pensarlo alla mia età, ma è così, il tempo vola, sono già qui e cosa ho avuto fino ad oggi? Ho perso il meglio di me per avere in cambio paure, diffidenza, insicurezza e non c’è medicina, non c’è miracolo, non c’è nessuno che possa aiutarmi, sono solo io. Stavolta non ci sei tu ad aiutarmi, devo cavarmela da sola. Devo ritrovare il coraggio di rischiare, di aprirmi, di fidarmi anche se potrò soffrire, anche se finirà, perché altrimenti non vivrò mai, lo so, l’ho capito, tardi, ma l’ho capito. Avevi ragione, hanno ragione tutti, sono piena di spine e mica lo sanno tutti come trasformarle in fiori. Ti sei scordata di darmi la ricetta o forse me l’hai data e io non me ne sono accorta, non l’ho capita, mi spaventa capirla, mi terrorizza ammettere che non è poi così complicata e che addirittura anche gli altri potrebbero scoprirla e metterla in pratica.

Quante cose sarebbero state diverse se tu fossi ancora qui. A 18 anni avremmo fatto quel viaggio in Irlanda, avremmo fatto campeggio, saremmo andate in mongolfiera, avremmo giocato a paintball, saremmo andate a pattinare sul ghiaccio per la prima volta insieme, io ti avrei insegnato a suonare la chitarra e tu avresti provato ad insegnarmi a cucinare, saremmo andate a vedere Tiziano Ferro per la prima volta insieme, avremmo fatto il nostro tatuaggio insieme… saremmo diventate donne insieme.

Invece ci sono solo io. Non sono andata in Irlanda e non so se capiterà mai, non ho fatto campeggio, non sono andata in mongolfiera, non ho pattinato sul ghiaccio, fingo di aver imparato a cucinare, ho visto per la prima volta Tiziano Ferro con la persona sbagliata, ho fatto il nostro tatuaggio senza di te e sono diventata donna senza nemmeno avere salutato l’adolescente che ero.

Vorrei poter prendere il cellulare e chiamarti, prendere la macchina e raggiungerti, fare quelle chiacchierate che si fanno tra amiche, avrei un sorriso diverso, non troverei impossibili e assurde cose come l’amore o l’amicizia, sarei meno dura e stanca, vorrei poter credere che questo ghiaccio che ho intorno al cuore un giorno sparirà, che qualcun altro conosce il tuo rimedio.

Ma soprattutto, più di qualsiasi altra cosa, vorrei che tu fossi ancora qui.

Non lasciarmi mai, ti prego, anche se un giorno penserai che non avrò più bisogno di te. Io ho e avrò sempre bisogno di te.

5 Marzo 2014

Francesca Lizzio


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Il regalo più grande

E’ cominciato tutto con una canzone, era stato Masini ad unirci quella mattina uguale a tante altre. Nello stesso momento abbiamo iniziato ad intonarla, ci siamo guardate meravigliate e abbiamo esclamato “Piace anche a te?!?”, mentre gli altri ci guardavano come se fossimo state due pazze visionarie, “Masini? E chi è questo?” dicevano.

Da lì è iniziata la tua missione, la tua ultima missione.

Io odiavo il mondo intero, avevo chiuso il cuore con chiodi e catene, l’avevo gettato in un pozzo senza fondo e tu eri decisa a tirarlo fuori da quel luogo angusto. Vivevo decisa a tenere a distanza chiunque, non volevo sentimenti, non volevo emozioni, non volevo nessuno perché sapevo che tutti se ne andavano, perché sapevo che nessuno manteneva le promesse, perché non volevo più combattere da sola.

“Non chiuderti” mi dicevi, quando era chiaro come il sole che avevo perso la forza e la voglia di aprirmi.

Mi guardavi con quegli occhi attenti ed io mi chiedevo perché sprecassi le tue energie per una causa persa come me, perché perdere il tempo che ti restava con una come me?
Parlava il cinismo, la speranza l’avevo seppellita e tu lo sapevi, tu sapevi sempre tutto, con quegli occhi sembravi vedessi oltre, sembrava che conoscessi tutto quello che mi passava per la testa, tutto quello che purtroppo non riuscivo a smettere di provare.

Cercavo di evitarti, non volevo imparare a volerti bene, non volevo averti come amica, non volevo arrivare al giorno in cui avrei dovuto dirti addio.

“Non perdere la speranza” mi incoraggiavi ed io soffocavo la rabbia, quella rabbia che cresceva dentro di me e mi divorava giorno per giorno, quella rabbia che aveva imparato a ringhiare da quella volta in cui mi hai raggiunta in cortile mentre fumavo e mi hai detto “Devi smettere, tu puoi scegliere” e mi sono sentita morire, mi sono sentita il cuore catapultato fuori da quel pozzo, mi è mancato il respiro e sono corsa in bagno a piangere perché incoraggiavi una qualunque come me e tu invece, non potevi scegliere.

Alla nostra età ci eravamo ritrovate a fare i conti con la consapevolezza del “vivi questo momento come se fosse l’ultimo”, perché con te era tutto l’ultimo momento, tutto era per l’ultima volta.

“Fidati, le cose cambieranno” mi assicuravi ed io non ci credevo, il mondo mi trattava sempre come uno scarto, avevo perso quella sicurezza e quella fiducia nelle cose e nelle persone. Non capivo come facevi ad essere così forte, quando tu per prima avresti avuto il diritto di odiare tutto e tutti.

Davi acqua alle mie spine con la certezza di poterle trasformare in fiori, davi sole alle mie giornate con il desiderio di vedermi tornare a sorridere, davi tutto quello che avevi con la speranza che un giorno non mi sarei mai più sentita inutile. Mi spingevi ad esistere perché la vita è una sola, perché la vita è anche questo e devi imparare ad accettarlo anche se è ingiusto, anche se fa male, perché anche se a volte la fine arriva troppo presto è importante pensare che almeno c’è stato un inizio, che ogni cosa ti servirà ad essere la persona che sei destinata ad essere. E io invece volevo distruggere tutto, non riuscivo a darmi pace perché non potevo sconfiggere quel male che ti ha spento.

Quel giorno stavano tutti a scattarsi foto, “Vieni, ce ne facciamo un paio anche noi” e io subito ho scosso la testa, “Meglio di no, vengo sempre male, non mi piaccio mai” e non era una scusa inventata, era vero, ma in quel momento non era la verità. Odiavo le foto perché è lì che restano le persone quando se ne vanno, è lì che restano le risate, le emozioni. Le odiavo perché alla fine restavano solo quelle e le lacrime.

Tu allora hai sollevato le spalle e hai detto “Vabbé, tanto per certi ricordi non c’è bisogno di una foto” e avevi ragione ma nessuno mai potrà immaginare quanto me ne sono pentita, quanto mi dispiace essermi difesa quando non era necessario. Quelle sono foto che rimpiangerò sempre, ricordi preziosi che avrei potuto e dovuto immortalare.

Mi sentivo vuota e piena, agguerrita e sconfitta. Assaporavo i nostri momenti con amarezza, col sale delle lacrime incrostato nelle vene, perché mi rifiutavo di piangerlo.

Erano giorni che il cielo stava cupo e grigio. Squillò il cellulare e capii, il cuore si rende conto sempre prima della testa, sa sempre cos’è successo. A quel punto iniziò a piovere e desiderai con tutta l’anima di sparire per le strade proprio come quella pioggia, di potere essere giustificata così come io giustificavo il cielo che aveva deciso di lasciarsi andare proprio quel giorno.

Ti ho detto addio sotto un diluvio, davanti a un mondo che odiavo con tutta me stessa, mentre consolavo e davo forza a tutti e nessuno pensava a me.

Ero tornata sola, più sola di prima, scoprendo che ci si può sentire sempre più soli di quanto non ci si senta già. A fronteggiare problemi e tragedie più grandi di me.

Poi mi resi conto che avevo smesso di fumare. Mi resi conto che la tua missione di pace forse non era davvero una causa persa. Mi resi conto di potere scegliere.

Alla fine decisi che avrei fatto tesoro della tua esistenza, che per la mia vita saresti stata il regalo più grande, che la tua fede in me mi avrebbe dato la forza di vivere ogni volta in cui il mondo mi avrebbe fatto del male o impaurita.

Ti penso sempre, con il “grazie” più grande che forse pronuncerò mai.

Ogni tanto mi sento ancora piccola e incapace ma poi mi tornano in mente i tuoi occhi fiduciosi e torno a respirare. Mi lascio incoraggiare dalle tue parole, dai nostri ricordi e da tutto quello che ci legherà per sempre. So che mi aiuterai a ritrovare la strada quando mi perderò, a credere ancora quando girerò le spalle al cuore e imporrò l’armatura alla testa.

Ti voglio bene come il primo giorno, quando me ne stavo in un angolo a leggere “Io sono di legno” con le mie spine bene in vista e tu, con quei tuoi occhi attenti, mi hai raggiunta e mi hai detto “Wow, sei una tosta. Ci troveremo bene insieme” e io sicuramente avrò fatto qualche espressione strana delle mie, perché subito dopo mi hai sorriso e hai aggiunto “Puoi credermi sulla parola, il mio sesto senso non sbaglia mai”.

Quel giorno ti risposi “Vedremo” con sorpresa e curiosità travestite da ostilità.

Oggi ti rispondo che avevi ragione e meno male, altrimenti chissà se mai qualcuno mi avrebbe cambiato la vita come hai fatto tu.

Avrei voluto sapere cosa hai visto in me al punto da volermi così bene, lo sai, non ho mai creduto di essere niente di speciale. Non ti ringrazierò mai abbastanza comunque, hai dato un senso a quei giorni che altrimenti avrei buttato nel dimenticatoio.

Forse un giorno ci sarà qualcuno che vorrà credere in me come hai fatto tu. Lo sai, sono una scettica, dubito sempre di tutto e poi sono convinta che certe amicizie e certi amori capitano soltanto una volta.

Io ero il cactus e tu la volpe. Quindi pensaci tu, mi fido. Ho smesso di credere da tempo, ma non smetterò mai di credere in te.

29 Gennaio 2014

Francesca Lizzio


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