Il diritto di vivere a modo mio

Perché il pensiero comune vuole che la parola “single” sia sinonimo di sfiga e infelicità?

Questa vita è meno pesante se la condividi con qualcuno. Non è detto. Deve essere il qualcuno giusto e mica cresce sugli alberi.

Non ho mai preteso che il mio modo di vedere le cose fosse l’unico sensato, giusto, ma se c’è una cosa che pretendo è il diritto di vivere a modo mio.

Dal mio vissuto ho imparato certe cose sull’amore e sono arrivata alle mie conclusioni, come chiunque altro. Ho scelto di affidarmi alla testa, ma non significa che trascuro il cuore. Semplicemente me ne prendo cura e lo faccio vivere a modo mio.

Un giorno vorrò un figlio, magari potrò anche permettermi di compiere questo passo e spero di poterlo adottare. Con o senza un compagno. Perché la vita è difficile, trovare un lavoro stabile è un’impresa, ma trovare un compagno lo è anche di più. Non sta scritto da nessuna parte che lo troverò sicuramente, tra l’altro.

Ad ogni modo, in Italia ai single non è ancora permesso adottare, si è costretti ad aspettare che la civiltà giunga finalmente anche qui. Ci sono persone che nemmeno in un’altra vita meriterebbero di avere dei figli, eppure in questo Paese il problema è un altro. Cioè che io, donna indipendente, sana mentalmente e fisicamente, non ho il diritto di desiderare una famiglia perché non ho un compagno, come se averlo fosse una garanzia di serenità e felicità per i figli e per me stessa. Perché da sola non valgo nulla, sempre e comunque, in qualsiasi ambito e circostanza, figuriamoci.

C’è sempre la via classica, mi sono sentita dire. Inizialmente sono rimasta basita, poi ho lasciato perdere. Perché non si può spiegare il sentimento che c’è dietro il volere adottare e anche riuscendoci, non tutti sono in grado di comprenderlo.

Ci dicono che siamo generazioni senza sogni, ambizioni e volontà, ma la verità è che il futuro ci sembra un’identità astratta e il presente è un inferno. Non siamo pigri, siamo realisti.

E’ vero, formare una nuova famiglia oggi è quasi un atto di incoscienza. Tra guerre, attacchi terroristici, cambiamenti climatici, incidenti nucleari, ingiustizie di vario genere, stiamo distruggendo il pianeta e noi stessi. Eppure avere un figlio resta un mio desiderio e voglio adottarlo, perché nessuno merita di vivere solo e infelice, soprattutto un bambino e nel mondo ce ne sono tanti, troppi. Avevo sedici anni quando l’ho deciso, non lo dimenticherò mai e negli anni questo desiderio non mi ha lasciata, anzi, si è intensificato. Spero che prima o poi anche nel nostro Paese sarà possibile compiere questo gesto d’amore.

L’amore è un impegno, è costanza, soltanto perché sono single non vuol dire che non so cosa significa, che non sono in grado di amare. I single sanno cos’è l’amore, a volte anche meglio di chi è impegnato in una relazione.

Ognuno di noi dà un significato tutto suo a questo sentimento e nessuno può dirci che è sbagliato soltanto perché è diverso. Il significato che ha per me non ha nulla a che fare col matrimonio ad esempio, ma non per questo giudico e condanno le persone che scelgono di sposarsi.

Chiunque ha il diritto di amare a modo suo.

*film che adoro su questo argomento: The blind side, L’incredibile vita di Timothy Green, Lion – la strada verso casa. Ve li consiglio!

Francesca Lizzio


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Cara solitudine

Cara solitudine, è da un po’ che non parliamo. Credo sia perché ormai ho imparato ad apprezzarti, a considerarti una parte di me. Il nostro è un tacito consenso, un patto di non belligeranza.

Però scommetto che ricordi bene quando siamo entrate in guerra. Ero in piena adolescenza e all’improvviso il mondo aveva cambiato volto, era diventato ostile, crudele, spietato. Non mi piaceva stare da sola, lo odiavo, ne soffrivo ed ero bersaglio di individui penosi. Allora non lo capivo, ero convinta di meritarlo. Nonostante ti detestassi, sei stata l’amica che mi ha reso migliore. Mi hai arricchita, con te sono diventata la donna che sono. Bé, almeno un po’, per certi versi. Mi hai insegnato delle cose importanti che altrimenti non avrei compreso, ad esempio come riconoscere e distinguere le persone. O che a volte puoi avere accanto le persone che ti stanno più a cuore, ma sentirti sola comunque. Incompresa, spaesata, come un riflesso che non riesce a trovare la propria origine.

Grazie a te ho capito che il punto di partenza sono sempre stata io, non le persone a cui volevo bene. Ho capito di non dovermi aspettare dagli altri ciò che dovevo chiedere soltanto a me stessa.

Quanto sono cambiata. Si, la guerra è finita, sei diventata un’alleata. Eppure qualche volta colpisci dove fa più male. Qualche volta, ciò che mi hai insegnato sugli altri e su me stessa fa male come se mi stessero sbranando il cuore. In quei momenti, quando mi sento così abbandonata e rifiutata, lascerei tutto, non so per dove o come ma me ne andrei. Anche se nel profondo so che non aiuterebbe davvero. Perché in quei momenti, tutto quello che vorrei è una pausa dalla realtà che spesso inganna, illude, ferisce, umilia finché non resisti, stringi i denti, la goccia non trabocca dal vaso. Mi sento come in una bolla, invisibile agli occhi degli altri, sordi alla mia richiesta di aiuto. E comunque sento che qualsiasi cosa dica o faccia, nessuno capirebbe. Anzi, temo possa sminuire o infierire e quindi mi chiudo in me stessa. Sono sola. So che uscire da questa bolla è possibile, è una scelta dettata dall’amor proprio e dalla razionalità, ma ci sono delle volte in cui sarebbe di conforto avere qualcuno che mi porge una mano. Invece sono sempre io ad aiutare gli altri, quando poi si tratta di me spariscono tutti. Mi hai insegnato che pochi restano davvero e che chi dice cose come “Puoi contare su di me”, “Ci sarò sempre” e così via, al momento di dimostrarlo non ci sarà. E’ allora che devo volermi più bene e l’ho capito grazie a te. Grazie per tutte le volte che mi hai svelato la vera identità di una persona che amavo.

Ho capito che sei come l’autunno. Il suo arrivo annuncia una fine, un ciclo che si chiude, la morte, ma anche un rinnovo, la rinascita. Avvolgi il cuore con la tua presenza col solo scopo di dare un insegnamento: bisogna lasciare andare ciò che non ci serve più per fare spazio a ciò di cui invece abbiamo bisogno. Bisogna far morire ciò che ci ha fatto del male, per permettere a ciò che potrebbe farci del bene di nascere.

Molti non ti apprezzano come meriteresti, un po’ come succede all’amore, paradossalmente. Eppure, secondo me, soltanto imparando a comprenderti possiamo accogliere un sentimento, scoprire che persone siamo, cosa desideriamo, cosa fa per noi. Sembra difficile, invece non lo è poi così tanto. Purtroppo molti non capiscono che a volte sei perfino necessaria, fondamentale. Io l’ho capito e anche se non è facile, anche se a volte il dolore sembra incolmabile, con te ho imparato a dare il giusto valore a me stessa. Quindi, ti ringrazio.

Francesca Lizzio

“La solitudine è segno di un disperato bisogno di te stessa.”

Rupi Kaur


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Cuore mio

Ti ho odiato per tanto tempo, lo sai.

Perché ti sei fidato troppo e gli altri vigliaccamente ne hanno approfittato.

Perché hai amato tanto chi ti ha ricambiato poco, male o per nulla.

Perché sei rimasto chiuso quando, finalmente, volevano soltanto scoprirti. Eri spiazzato, lo so. Adesso stai male perché hai paura che nessuno ti darà più un’altra occasione. Perché sei convinto che davanti alle tue spine mai più nessuno si soffermerà. Perché credi che un cuore per essere amato debba essere sgombro di spigoli e paure.

Ascolta, non è così. Ho capito che se gli altri preferiscono lasciarti andare, allora è meglio lasciarli fare. Se non ti capiscono quando concedi uno spiraglio, allora non sono in grado di accoglierti. Lo so, è terribile. Specie perché non ti spieghi com’è che non ti hanno capito anche quando hai spalancato le tue porte. Quella era incuranza, fidati. Molti non ti meritavano, non eri tu ad aver sbagliato.

A volte vai fiero della tua risolutezza, orgoglioso di essere andato avanti nonostante tutto, anche quando ti sei sentito morire. Altre, invece, vorresti essere più leggero. Ti chiedi come sarebbe se non avessi imparato a difenderti in questo modo che terrorizza tutti, che nessuno capisce.

Ripensi a chi non ti ha afferrato al volo quando poteva, a chi non hai abbracciato quando ce n’era bisogno. Ti tormenti, ti annienti.

Ricevi altro male, nascono altre spine. Il bene che ti servirebbe scarseggia, conservi quello che c’è. Non basta, ma meglio di niente.

Ti chiedo scusa per tutte le volte che ti maltratto, che me la prendo con te. Lo sai che lo faccio soltanto nel tentativo di ammazzare l’amarezza, perché in quei momenti la tristezza rischia di farmi esplodere. Per fortuna sei forte, resisti sempre.

Quindi, per favore, prometti: la prossima volta non andare incontro al rimpianto. Concediti una nuova occasione. Impara dal passato, ma fai il modo di non rinunciare ad altri attimi di vita. Perché lo sai che non ne vale la pena, che non è giusto. Difenditi, ma se è il caso arrenditi. Le cose possono cambiare.

Ricordati di chi ha scelto di prendersi cura di te. Qualcuno c’è.

Qualcun altro, chissà, potrebbe esserci.

Francesca Lizzio


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Vieni a prendermi

Vieni a prendermi.

Col mio cuore di spine che non sa arrendersi.

Con la mia testa tra le nuvole che non riposa mai.

Con le mie occhiaie eterne fatte di pensieri e sentimenti.

Con la mia timidezza che mi fa sentire un’aliena tra gli esseri umani.

Coi capelli che uso per nascondere il mio viso.

Coi miei occhi che hanno perso il coraggio e scappano sempre.

Con il vento che ho dentro e mi trascina con se.

Col mio riuscire a dormire soltanto se abbraccio il cuscino.

Col mio sorriso imbarazzato di quando ricevo un complimento.

Coi colori che indosso che non attirano l’attenzione.

Col trucco semplice che passa inosservato.

Con le cicatrici che ho collezionato.

Con le lacrime che non vede mai nessuno.

Con le mie battute squallide.

Col mio sarcasmo affilato.

Con le mie paure.

Con i miei sogni.

Con le mie speranze.

Col mio sentirmi irraggiungibile ed esserne tristemente fiera.

Col mio sentirmi sola ed esserne tristemente abituata.

Col mio non sentirmi mai bella e nemmeno giusta.

Col mio sapermela cavare anche quando non ci credo.

Saresti una gran bella sorpresa.

Francesca Lizzio


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Ti penso

Una volta ti feci leggere Perché si dice addio di Giulia Carcasi. Era sera, avevi voglia di leggere e così presi al volo l’occasione. Speravo capissi quanto ci fosse di me in quelle parole, che fossi pronto.

Adesso, quelle rare volte in cui mi capita di rileggerle, penso a te.

Non ti penso più come una volta. E’ passato tanto tempo, ormai sei cicatrice, non più ferita.

Quando ti penso però, ti penso in mille modi diversi.

Ti penso con tristezza. Mi dispiace averti spiegato troppo tardi che sono scappata perché ho avuto paura di essere felice, ho avuto paura quando ho riconosciuto l’amore nei tuoi occhi.

Ti penso con gratitudine. Sono grata perché sei stato diverso, oggi, che l’amore è tutto apparenza e niente sostanza, che le persone sono “usa e getta”.

Ti penso con speranza. Spero che alla fine sei riuscito a perdonarmi, a lasciarti alle spalle la delusione che ti ho causato. Spero che stai bene e sei felice, perché lo meriti. E spero che l’aver sbagliato con te, m’impedisca di scappare ancora se dovessi trovare l’amore in altri occhi.

Quando ti penso, alla fine ti ringrazio, perché è merito tuo se nel mio cuore esiste ancora un posto per l’amore.

Francesca Lizzio


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Merito di essere felice

Non ho mai pensato di meritare qualcosa. Mai. Eppure oggi ho finalmente capito che qualcosa invece la merito. Niente di eclatante, niente di elaborato. Solo un po’ di felicità.

Merito di essere felice perché non è stato facile diventare la donna che sono. Non è stato facile superare la cattiveria gratuita di certe persone, il voltafaccia delle best friends forever, quei per sempre bugiardi. Non è stato facile andare avanti senza quell’amore che non si è mai fatto trovare davvero.

Merito di essere felice perché so cosa significa vedersi sbattere una porta in faccia, sentirsi rifiutati e umiliati, vedere amore sprecato per chi invece per me non ne ha mai nutrito.

Merito di essere felice per tutte le volte in cui ho lottato quando gli altri aspettavano di vedermi mollare, per tutte le volte in cui ho ricevuto una pugnalata al cuore e ho sprecato tutte quelle lacrime pensando fosse colpa mia, pensando quasi fosse giusto e invece l’unica colpa che avevo era l’aver visto un mondo intero nel vuoto più assoluto.

Merito di essere felice perché non ho mai smesso di credere in me anche se gli altri hanno fatto di tutto per sminuirmi, farmi a pezzi, spegnermi. Non ho mai pensato di essere chissà che, ma per fortuna mi sono sempre voluta almeno un po’ bene.

Merito di essere felice perché un giorno ho capito quanto valgo, perché sono sempre rimasta fedele alla persona che sono.

Me lo merito perché ad un certo punto tocca anche a me, ci sono anch’io e non ho intenzione di guardare la vita passare senza un pizzico di questa felicità.

Francesca Lizzio


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Una grande donna

Dietro a una grande donna c’è un repertorio di ferite, delusioni, scelte sbagliate o rimpiante. C’è un retroscena di vuoti e mancanze, di “x” sparse qua e là, segni che stanno ad indicare porte già aperte, esplorate e sigillate. C’è la costante del sentirsi inadeguata, fuori tempo, fuori posto, fuori luogo e dentro sai che casino.

Quello che puntualmente nella vita l’ha sempre fregata, è il fatto che abbia amato gli altri più di quanto abbia mai amato se stessa.

Dietro a una grande donna ce n’è una piccola. E’ subdola, insinua il dubbio, mette ansia e alimenta le paure. E’ quasi impossibile ignorarla, c’è bisogno di una grande forza o di una mano che sa accarezzare. Purtroppo non sparisce mai, la stronza.

Ce n’è anche un’altra, gigantesca, che a volte è incazzata e altre volte solo depressa. O punge o piange. Andrebbe abbracciata, ma va benissimo anche un po’ di cioccolato.

Una donna così ha collezionato tante belle parole, tante promesse e le ricorda (difficile dimenticare) dietro quelle “x”, sapendo che non è il caso tornare indietro. Ha collezionato tradimenti, incomprensioni ma anche occasioni, conquiste e ricordi preziosi. Sa che non tutto può essere compreso ma ha dato un senso anche all’incomprensibile.

Nel sorriso di una grande donna c’è l’orgoglio di essersi sempre rialzata, il più delle volte da sola. Ci sono le persone a cui ha voluto e vuole bene e la fierezza di amare persone, luoghi e cose “impopolari” perché sa che la sostanza ha tutt’altro che sembianze appariscenti. C’è il coraggio di voler essere se stessa, anche se gli altri la vogliono diversa.

Una grande donna non mette in vetrina, lascia uno spiraglio, sperando che qualcuno prima o poi abbia voglia di sapere cosa c’è dentro. In ogni caso, ha imparato a farsi luce da sola.

Una donna così, nonostante si senta tutto tranne che grande, affronta la vita con coraggio, tenerezza e resilienza.

Francesca Lizzio


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Via

Quel giorno pioveva copiosamente. C’erano lampi di tutti i colori che si rincorrevano, il vento forte, il cielo nero.

Stavo accucciata davanti alla finestra, con le gambe raccolte sul mio petto e le braccia intorno alle mie spalle. Ero concentrata ad aspettare i tuoni così da non dover pensare ad altro, quando vidi una ragazza uscire di casa. Aveva un ombrello blu, “Un colore normale” mi dissi ripensando al mio che invece è giallo, “Quanto sei sentimentale, l’hai preso giallo come Tracy e di tutte le volte che prendi l’autobus o la metro non ce n’è una in cui incontri il tuo Ted”.

Trascina una valigia, ne ha altre due appese alle braccia (più la borsa). Sta partendo, la invidio. Magari ha trovato lavoro e una casa bellissima, piccola si, ma bellissima, sua, con un albero di ciliegio o di mimose che può vedere tutti i giorni dalla finestra, vicina alla fermata dell’autobus, magari c’è un fiume o un lago lì nei paraggi, ci sono gli alberi, l’aria è pura, c’è la montagna o il mare, magari qualcuno l’aspetta oppure è sola e non gliene frega niente.

Infila nel cofano le valigie, chiude l’ombrello, sale in macchina e parte, via, lontana da tutto e da tutti. Non tornare più, mi raccomando. Trova la tua strada e non voltarti mai indietro.

Già la immagino. Probabilmente prenderà il treno, non è una che ama volare (anche se non sogna altro da quando era bambina), sicuramente ha smesso di credere nell’amore, ha imparato che quello che gli altri raccontano un giorno può succedere a te, che la vita non può certo essere tutta rose e fiori ma chissà perché la sua è sempre un inferno.

La vedo, è arrivata alla stazione, parcheggia, apre l’ombrello, tira fuori le valigie dal cofano e s’incammina. Non si guarda indietro e nemmeno intorno, va via.

“Binario 3, arrivo previsto per le 17:45” già, previsto, chissà se sarà puntuale.

Trascina le valigie, strano, non c’è tanta gente, forse la maggioranza ormai viaggia solo in aereo. Sono le 17:24. Sospira, avvolge meglio la sciarpa intorno al collo, inizia poi a rovistare nella borsa, chissà che cerca, fa freddo, forse ha dimenticato i guanti, che importa, ne farà a meno, ci si abitua a fare a meno di tutto nella vita.

Piove ancora, ha uno sguardo fermo e tranquillo anche se dentro è tutto tranne che tranquilla. E’ sicura di voler partire, ci ha pensato tante volte, ha sistemato tutto. Andrà bene, deve andare.

Lascia indietro gli amori sbagliati, le amicizie finite, le lacrime incomprese, le domande che non hanno mai avuto risposta. Va via, verso un nuovo inizio. Non importa quanto sarà difficile, nella vita tutto è difficile, non importa se non ha nessuno a fianco, nella vita si sta in piedi anche da soli, in fondo servono solo due gambe.

A questo punto si sente il fischio di arrivo, manca poco.

Sospira un altro po’, si sposta i capelli dal viso, la pioggia avvolge il suo ombrello blu.

Ed ecco il treno in lontananza, coi fari accesi. Sono le 17:39.

Continua a piovere, forse anche il cielo vuole salutarla.

Sale i gradini del treno trascinando il suo passato, andando verso un futuro migliore. Prende posto in un vagone più o meno vuoto, guarda la pioggia scivolare sul finestrino e sorride. Si, sorride.

Il treno parte puntuale, un miracolo.

Forse è destino che vada via.

Forse un giorno me ne andrò anch’io.

Francesca Lizzio

* personaggi della serie How I Met Your Mother


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Certe donne

E’ prerogativa di certe donne non sentirsi mai abbastanza.

Ci sono quelle che colpiscono per un sorriso distratto, una mano passata così tra i capelli, quelle con delle occhiaie che nemmeno tre chili di trucco riescono a nascondere o che invece se ne fregano e non vogliono nasconderle, quelle con lo sguardo lontano, quelle che si truccano tanto, quelle che si truccano poco o niente.

Ci sono quelle che “No, non ce la faccio” e invece alla fine ce la fanno, quelle che inciampano, sbattono, prendono in pieno porte, muri, mobili e ridono anche se così si saranno assicurate un bell’ematoma.

Ci sono quelle che “No, non ci credo più. Vada al diavolo lui e pure tutti gli altri” e dicono sul serio, quelle che vorrebbero dire sul serio ma non ci riescono, quelle che “Io però continuo a sperarci”, quelle che sognano e non lo dicono a nessuno, quelle che leggono, quelle che scrivono.

Ci sono quelle che si sentono invisibili oppure pagherebbero per esserlo (almeno per un po’, ogni tanto), quelle che corrono dalla mattina alla sera stando a sentire tutti e dimenticando se stesse, quelle che si incazzano per bene e mandano tutti a fanculo “Basta, decido io, faccio a modo mio”.

Ci sono quelle che si sono spaccate la testa mille volte e si sono stufate “No, grazie, ho smesso”, quelle che guariscono e dicono “Ma si, dai, riproviamoci”, quelle che non sanno perdonare perché fa troppo male, quelle che perdonano appena un gesto o una parola fa sciogliere loro il cuore.

Ci sono quelle che affrontano situazioni impossibili e anche se si sentono il mondo addosso, anche se si sentono insignificanti e sconfitte, riescono a superarle pur non credendosi forti abbastanza.

Ci sono quelle che non sanno parlare, quelle che parlano troppo, quelle che il cuore non lo abbandonano manco a legnate, quelle che lo prendono a legnate.

Ci sono quelle che stanno alla fermata dell’autobus con le cuffie nelle orecchie e la musica nemmeno la sentono, troppo impegnate a chiedersi perché e per come, quelle che si sentono le pecore nere dappertutto, quelle che piangono in silenzio, quelle che lo urlano al mondo quando sono a pezzi.

Ci sono quelle che si nascondono per non essere notate, quelle che sperano sempre di essere notate, quelle fortunate che hanno delle amiche pronte a tutto e in qualunque momento, quelle che hanno smesso di credere pure nell’amicizia.

Ci sono quelle che pensano, pensano, finché non crollano, quelle che fanno, fanno, così non devono fermarsi a pensare e crollare, quelle che non hanno nessuno, quelle che hanno qualcuno ma in fondo è come se non avessero nessuno.

Ci sono quelle che scelgono, quelle che non vengono mai scelte, quelle che non si piacciono ma dovrebbero, quelle che finalmente lo capiscono e iniziano ad amarsi, quelle che si sanno aiutare da sole, quelle che ogni tanto si fanno aiutare (che ogni tanto ci vuole).

Ci sono quelle che hanno deciso di ammazzare la speranza visto che è l’ultima a morire, quelle che non smettono di difenderla anche dopo infiniti calci in culo, quelle del bicchiere mezzo pieno, quelle del bicchiere mezzo vuoto, quelle che il bicchiere se lo scolano e arrivederci e grazie, quelle che ballano, quelle che lo fanno solo con dell’alcol in circolo.

Ci sono quelle che coi sentimenti non sanno giocare e fanno la guerra col mondo quando scoprono che lo stronzo di turno le ha prese solo in giro, quelle che a quel punto iniziano a fare come quello stronzo “Chi se ne frega, così non soffro più”.

Ci sono quelle che si cercano e non si trovano, quelle che si trovano e non si perdono più, quelle che si perdono per poi ritrovarsi, quelle che scappano, quelle che aspettano.

Io credo che queste donne siano più forti e più belle di quello che pensano. Vorrei non si sentissero diverse dalle altre, che se ne fregassero, perché sono tutta un’altra storia e con loro non c’entrano niente. So che non è facile ma è possibile.

Siate come la terra che malgrado il cemento, riesce sempre a fiorire.

Francesca Lizzio


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Io senza te

Ti devo chiedere scusa. Ti chiedo scusa per avere tirato fuori la vecchia armatura dopo tutto quello che hai fatto per liberarmene. Ti chiedo scusa perché mi sono resa conto di non riuscire ad essere felice nemmeno per te.

Oggi è uno di quei giorni in cui vorrei sparire, in cui non posso negare di avere chiuso di nuovo il mio cuore e di averlo sepolto sotto una lastra di ghiaccio, stavolta.

Dicevi che sono un cactus, una pianta che si difende e che se non permette a se stessa di fiorire marcisce dall’interno. Chissà poi se è vero, non mi sono mai documentata e a dirla tutta nemmeno mi interessa, le tue teorie erano giuste a prescindere. E comunque era impossibile non credere in qualcosa di cui tu eri sicura di una sicurezza assoluta, una sicurezza che avrebbe potuto spostare perfino le montagne.

Sai, oggi l’amore ha una data di scadenza. Una volta era più probabile (o almeno si sperava) che iniziassero in estate le storie d’amore e oggi invece arrivano al capolinea appena esce il primo vero raggio di sole, per poi magari riprendere a Settembre.

Sono tempi in cui essere spontanei è sbagliato, ti devi misurare, perché il potere appartiene a chi dei due è meno coinvolto, chi se ne fotte se quell’idiota ci spera. Sono stronzate le cose che si dicono, che gli uomini impazziscono per la tenerezza o la forza di una donna, che deve avere senso dell’umorismo, no vabbé se è cretina poi si stufano, guardano le troie ma poi alla fine sanno da chi devono andare per essere felici.

Era bello quando l’amore si sentiva e basta. Quando lo lasciavamo libero di cambiarci il sorriso e la giornata, senza tattiche, senza prese per il culo che non c’era tempo da perdere, c’era interesse e allora ok, proviamoci, vediamo che succede. Era bello quando era amore e la paura di viverlo spariva con uno sguardo. E comunque era una paura felice. Altri tempi, più di pelle e meno di scuse.

Certe volte penso che la vita era migliore solo perché esistevi tu.

Tu forse non ti saresti stancata (malgrado le delusioni accumulate), magari avresti avuto più pazienza (o forse si tratta sempre e solo di speranza?), forse alla fine saresti stata premiata. Non saresti diventata cinica e diffidente come me. Saresti stata tu quella al fronte, quella decisa a dimostrare al mondo che le eccezioni esistono ancora.

Tu avresti combattuto, io avrei pianto anche per te.

Tu avresti continuato a sperare, io avrei sbattuto la testa in due muri diversi.

Avresti gli stessi occhi e lo stesso sorriso di sempre. Io sarei quella che sono oggi, quella di poche parole e gli occhi altrove, lontani e la testa occupata a non pensare perché se pensa crolla ed è finita.

Oggi il vaso trabocca, lo sai come sono, sono come i cani che quando stanno male al massimo si lamentano un po’ o a volte nemmeno si fanno sentire, stanno in un angolo sapendo perfettamente a cosa stanno andando incontro.

Sono un fiume in piena costretto a degli argini troppo stretti che ad un certo punto straripa e non guarda in faccia nessuno.

Quando mi sento così persa mi tornano sempre in mente le tue parole cariche di speranza “Chi ha cuore vede da lontano” mi dicevi, “Ma quando mai, sono tutti strabici o daltonici” ti rispondevo con la mia amarezza, “Qualcuno c’è sempre” continuavi senza incertezza. Non conoscevi la resa, per te c’era sempre una nuova occasione, una nuova amicizia, un nuovo amore. Per te c’era sempre il “sempre”.

Era bello quando col mio sarcasmo stroncavo qualcuno e tu ridevi così tanto che le guance ti si infuocavano, quando mi mettevo a cantare con la voce grossa e tu dicevi che era assurdo che in un corpo così piccolo ci fosse un vocione da tenore, quando certe cose non erano così irraggiungibili, quando non mi preoccupava essere diversa perché dicevi che le cose sarebbero cambiate.

A volte però vorrei essere uguale a qualche mia coetanea, più “facile-semplice-leggera” che magari vive meglio, è più desiderata, più ben voluta, superficiale, menefreghista, vorrei ottenere qualcosa senza sforzarmi di ottenerla, non essere quella che si fa in quattro per far funzionare le cose, non essere quella che ci mette tutta se stessa e nessuno le viene incontro, non essere quella irreprensibile, quella che alla fine combatte sempre contro i mulini a vento. Invece no, io sono diversa, odio i miei occhi che a volte traboccano di cose che andrebbero seppellite e a volte sono spenti come un vulcano inattivo che poi all’improvviso si risveglia ed esplode, io non sono facile, mi si legge in faccia, sono difficile, ho troppe cose dentro, sono un casino, non la so prendere alla leggera questa vita che mi scivola tra le dita e non si fa afferrare mai, non so ridere di niente in un tempo che so che non tornerà più, che finirà e lo so che è pesante pensarlo alla mia età, ma è così, il tempo vola, sono già qui e cosa ho avuto fino ad oggi? Ho perso il meglio di me per avere in cambio paure, diffidenza, insicurezza e non c’è medicina, non c’è miracolo, non c’è nessuno che possa aiutarmi, sono solo io. Stavolta non ci sei tu ad aiutarmi, devo cavarmela da sola. Devo ritrovare il coraggio di rischiare, di aprirmi, di fidarmi anche se potrò soffrire, anche se finirà, perché altrimenti non vivrò mai, lo so, l’ho capito, tardi, ma l’ho capito. Avevi ragione, hanno ragione tutti, sono piena di spine e mica lo sanno tutti come trasformarle in fiori. Ti sei scordata di darmi la ricetta o forse me l’hai data e io non me ne sono accorta, non l’ho capita, mi spaventa capirla, mi terrorizza ammettere che non è poi così complicata e che addirittura anche gli altri potrebbero scoprirla e metterla in pratica.

Quante cose sarebbero state diverse se tu fossi ancora qui. A 18 anni avremmo fatto quel viaggio in Irlanda, avremmo fatto campeggio, saremmo andate in mongolfiera, avremmo giocato a paintball, saremmo andate a pattinare sul ghiaccio per la prima volta insieme, io ti avrei insegnato a suonare la chitarra e tu avresti provato ad insegnarmi a cucinare, saremmo andate a vedere Tiziano Ferro per la prima volta insieme, avremmo fatto il nostro tatuaggio insieme… saremmo diventate donne insieme.

Invece ci sono solo io. Non sono andata in Irlanda e non so se capiterà mai, non ho fatto campeggio, non sono andata in mongolfiera, non ho pattinato sul ghiaccio, fingo di aver imparato a cucinare, ho visto per la prima volta Tiziano Ferro con la persona sbagliata, ho fatto il nostro tatuaggio senza di te e sono diventata donna senza nemmeno avere salutato l’adolescente che ero.

Vorrei poter prendere il cellulare e chiamarti, prendere la macchina e raggiungerti, fare quelle chiacchierate che si fanno tra amiche, avrei un sorriso diverso, non troverei impossibili e assurde cose come l’amore o l’amicizia, sarei meno dura e stanca, vorrei poter credere che questo ghiaccio che ho intorno al cuore un giorno sparirà, che qualcun altro conosce il tuo rimedio.

Ma soprattutto, più di qualsiasi altra cosa, vorrei che tu fossi ancora qui.

Non lasciarmi mai, ti prego, anche se un giorno penserai che non avrò più bisogno di te. Io ho e avrò sempre bisogno di te.

5 Marzo 2014

Francesca Lizzio


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