Cara solitudine

Cara solitudine, è da un po’ che non parliamo. Credo sia perché ormai ho imparato ad apprezzarti, a considerarti una parte di me. Il nostro è un tacito consenso, un patto di non belligeranza.

Però scommetto che ricordi bene quando siamo entrate in guerra. Ero in piena adolescenza e all’improvviso il mondo aveva cambiato volto, era diventato ostile, crudele, spietato. Non mi piaceva stare da sola, lo odiavo, ne soffrivo ed ero bersaglio di individui penosi. Allora non lo capivo, ero convinta di meritarlo. Nonostante ti detestassi, sei stata l’amica che mi ha reso migliore. Mi hai arricchita, con te sono diventata la donna che sono. Bé, almeno un po’, per certi versi. Mi hai insegnato delle cose importanti che altrimenti non avrei compreso, ad esempio come riconoscere e distinguere le persone. O che a volte puoi avere accanto le persone che ti stanno più a cuore, ma sentirti sola comunque. Incompresa, spaesata, come un riflesso che non riesce a trovare la propria origine.

Grazie a te ho capito che il punto di partenza sono sempre stata io, non le persone a cui volevo bene. Ho capito di non dovermi aspettare dagli altri ciò che dovevo chiedere soltanto a me stessa.

Quanto sono cambiata. Si, la guerra è finita, sei diventata un’alleata. Eppure qualche volta colpisci dove fa più male. Qualche volta, ciò che mi hai insegnato sugli altri e su me stessa fa male come se mi stessero sbranando il cuore. In quei momenti, quando mi sento così abbandonata e rifiutata, lascerei tutto, non so per dove o come ma me ne andrei. Anche se nel profondo so che non aiuterebbe davvero. Perché in quei momenti, tutto quello che vorrei è una pausa dalla realtà che spesso inganna, illude, ferisce, umilia finché non resisti, stringi i denti, la goccia non trabocca dal vaso. Mi sento come in una bolla, invisibile agli occhi degli altri, sordi alla mia richiesta di aiuto. E comunque sento che qualsiasi cosa dica o faccia, nessuno capirebbe. Anzi, temo possa sminuire o infierire e quindi mi chiudo in me stessa. Sono sola. So che uscire da questa bolla è possibile, è una scelta dettata dall’amor proprio e dalla razionalità, ma ci sono delle volte in cui sarebbe di conforto avere qualcuno che mi porge una mano. Invece sono sempre io ad aiutare gli altri, quando poi si tratta di me spariscono tutti. Mi hai insegnato che pochi restano davvero e che chi dice cose come “Puoi contare su di me”, “Ci sarò sempre” e così via, al momento di dimostrarlo non ci sarà. E’ allora che devo volermi più bene e l’ho capito grazie a te. Grazie per tutte le volte che mi hai svelato la vera identità di una persona che amavo.

Ho capito che sei come l’autunno. Il suo arrivo preannuncia una fine, un ciclo che si chiude, la morte, ma anche un rinnovo, la rinascita. Avvolgi il cuore con la tua presenza col solo scopo di dare un insegnamento: bisogna lasciare andare ciò che non ci serve più per fare spazio a ciò di cui invece abbiamo bisogno. Bisogna far morire ciò che ci ha fatto del male, per permettere a ciò che potrebbe farci del bene di nascere.

Molti non ti apprezzano come meriteresti, un po’ come succede all’amore, paradossalmente. Eppure, secondo me, soltanto imparando a comprenderti possiamo accogliere un sentimento, scoprire che persone siamo, cosa desideriamo, cosa fa per noi. Sembra difficile, invece non lo è poi così tanto. Purtroppo molti non capiscono che a volte sei perfino necessaria, fondamentale. Io l’ho capito e anche se non è facile, anche se a volte il dolore sembra incolmabile, con te ho imparato a dare il giusto valore a me stessa. Quindi, ti ringrazio.

Francesca Lizzio

“La solitudine è segno di un disperato bisogno di te stessa.”

Rupi Kaur


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Lo sento

Hai presente quando ti capita qualcosa di bello (o di brutto), quando hai bisogno di sfogarti, di farti una risata e anche se hai tante persone vicino, ti viene in mente sempre la stessa, prima di tutte le altre? Però è peggio quando il cuore non prende neanche in considerazione le alternative. Che poi è brutto definirle “alternative”, ma in quel momento ti senti così.

In questi casi di solito rompo le scatole alle amiche, a chi mi sta vicino. Quando è grave mi chiudo in me stessa, in una sorta di esilio. Non mi sopporto, mi sto antipatica, non parlo. Si, lo so, non è sano, un giorno mi confermeranno che ho qualche problema. Ma io sono così, sto zitta, per conto mio e aspetto che passi. Niente trucchi, niente soluzioni ad effetto. Aspetto, sono grande in questo. Perché so che alla fine capirò qualcosa di importante. Tipo che sono l’amore che ti sei perso.

Quante cazzate si fanno nella vita sperando invece che ne valga la pena.

Ho toccato con mano tanta di quella cattiveria, invidia, falsità che adesso sai che faccio? Ogni volta che mi ricapita guardo il lato positivo: quando mi lascerò alle spalle questo dolore, questa delusione, avrò meno male e negatività nella mia vita. Capisci? Ho trovato un modo per non stare di merda troppo a lungo quando una persona mi ferisce. Sembra semplice, non lo è, ma almeno è possibile.

Sono serena. Non ho tutto quello che vorrei e di cui avrei bisogno, ma so quello che voglio e direi che va bene anche così.

Le spine che tanto ho odiato sono diventate selettive, mirate. Fanno parte di me, c’è poco da fare, non spariranno mai. Però almeno adesso non fanno più tante storie se è il caso sbocciare. Per te sarà una magra consolazione, ma per me è una gran cosa. Se le toccassi adesso lo sentiresti che è tutto diverso.

Ma voi uomini dopotutto siete così, andate avanti, poi però rimuginate, riflettete, riconsiderate. Forse vi pentite, tornate. Noi donne invece siamo l’esatto contrario. Prima pensiamo, consideriamo, riflettiamo. Decidiamo di comportarci coerentemente a ciò che sentiamo. Abbiamo più sangue freddo, paradossalmente. Difficilmente torniamo indietro.

Questa è l’ultima volta che ti scrivo. Non so come stai, spero bene, non ho mai voluto il contrario, ma non ho più bisogno di guardarmi indietro. Ho bisogno di essere felice, non so come si fa ma lo scoprirò. Mi affiderò a me stessa, come sempre, ormai ho appurato che funziona.

D’ora in poi me la caverò meglio, lo sento. Nonostante tutto, nonostante gli altri, nonostante le spine.

Francesca Lizzio


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Cuore mio

Ti ho odiato per tanto tempo, lo sai.

Perché ti sei fidato troppo e gli altri vigliaccamente ne hanno approfittato.

Perché hai amato tanto chi ti ha ricambiato poco, male o per nulla.

Perché sei rimasto chiuso quando, finalmente, volevano soltanto scoprirti. Eri spiazzato, lo so. Adesso stai male perché hai paura che nessuno ti darà più un’altra occasione. Perché sei convinto che davanti alle tue spine mai più nessuno si soffermerà. Perché credi che un cuore per essere amato debba essere sgombro di spigoli e paure.

Ascolta, non è così. Ho capito che se gli altri preferiscono lasciarti andare, allora è meglio lasciarli fare. Se non ti capiscono quando concedi uno spiraglio, allora non sono in grado di accoglierti. Lo so, è terribile. Specie perché non ti spieghi com’è che non ti hanno capito anche quando hai spalancato le tue porte. Quella era incuranza, fidati. Molti non ti meritavano, non eri tu ad aver sbagliato.

A volte vai fiero della tua risolutezza, orgoglioso di essere andato avanti nonostante tutto, anche quando ti sei sentito morire. Altre, invece, vorresti essere più leggero. Ti chiedi come sarebbe se non avessi imparato a difenderti in questo modo che terrorizza tutti, che nessuno capisce.

Ripensi a chi non ti ha afferrato al volo quando poteva, a chi non hai abbracciato quando ce n’era bisogno. Ti tormenti, ti annienti.

Ricevi altro male, nascono altre spine. Il bene che ti servirebbe scarseggia, conservi quello che c’è. Non basta, ma meglio di niente.

Ti chiedo scusa per tutte le volte che ti maltratto, che me la prendo con te. Lo sai che lo faccio soltanto nel tentativo di ammazzare l’amarezza, perché in quei momenti la tristezza rischia di farmi esplodere. Per fortuna sei forte, resisti sempre.

Quindi, per favore, prometti: la prossima volta non andare incontro al rimpianto. Concediti una nuova occasione. Impara dal passato, ma fai il modo di non rinunciare ad altri attimi di vita. Perché lo sai che non ne vale la pena, che non è giusto. Difenditi, ma se è il caso arrenditi. Le cose possono cambiare.

Ricordati di chi ha scelto di prendersi cura di te. Qualcuno c’è.

Qualcun altro, chissà, potrebbe esserci.

Francesca Lizzio


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Tutti meritiamo di conoscere la felicità

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Averlo tra le mani è così strano. E’ una gioia incontenibile, devo toccarlo più volte per rendermi conto che è reale.
L’ho percepito come fosse una carezza, dalla prima all’ultima parola. E’ stato una stretta al cuore e l’ho tenuto tutto per me il più a lungo possibile, per rendermi conto di averlo creato con le mie mani, io, che ho sempre pensato di non essere buona più o meno in nulla. Finché non sono stata pronta a lasciarlo andare per la sua strada, tra persone che magari troveranno rifugio tra le sue pagine.
Chi lo accoglierà spero che, almeno un po’, si ricordi di lui, perché tutto quello che vorrei è che accarezzasse il suo cuore e gli dicesse “Non rinunciare mai”.
Quando ho creato questo rifugio, l’ho fatto col desiderio di tornare a stare bene, di ricredermi su tutto quello che fino a quel giorno mi aveva fatto del male. Quello che ho avuto da allora è più di quanto potessi immaginare o pensare di meritare.
Ho stretto delle amicizie speciali, ho trovato un modo tutto mio per tenere a bada la timidezza (e i pensieri). Ho scoperto qualcosa in più su di me.
Ho aperto il cuore ad un nuovo capitolo della mia vita, con un po’ di paura, è vero. Ma l’ho fatto, per fortuna, e sono grata a tutte le persone che hanno voluto un posto tutto loro qui, in questo piccolo angolo spinoso. 

Scrivere un libro è sempre stato il mio sogno più grande, nonostante lo ritenessi impossibile, fuori dalla mia portata. Nonostante non mi sentissi all’altezza. Eppure, eccolo qui.
Pubblicare è una soddisfazione bellissima, ma essere letti, trovarsi con gli altri e scoprirsi simili, lo è molto di più. Si, si scrive per se stessi, ma per me è arrivato tempo fa il momento in cui al cuore non bastava, voleva toccare gli altri. Certo, non sarà tutto rose e fiori (quando mai lo è?), non diventerò chissà chi. Non è questo quello che cerco. Per me conta fare del bene agli altri. Ormai scrivere non aiuta più soltanto me stessa, ma anche chi mi legge e mi piace stare vicino alle persone. In questi due anni ne ho conosciute tante, mi piace scoprire che ce ne sono di bellissime in giro, incasinate più o meno come me.
Ricordo che un anno, alle medie, l’ultima ora di sabato era l’ora di narrativa. La prof. faceva leggere tutti a turno e prima che la campana suonasse, faceva leggere una seconda volta chi aveva letto meglio. Un giorno toccò a me leggere di nuovo e fu talmente inaspettato che m’incartai, facendo qualche strafalcione. Niente di grave, ma di sicuro la prima volta avevo letto meglio.
Io sono così, ogni volta che mi viene riconosciuto qualcosa, ricevo un complimento, mi succede qualcosa di bello, resto spiazzata al punto che finisco col combinare qualche casino o peggio, rovino tutto.
Non è facile rendersi conto che a tutti serve qualcosa di bello ogni tanto, inclusi noi stessi. Per una volta però mi sto godendo sul serio la mia “cosa bella” e sono fortunata, perché ho accanto le persone giuste.
Stringere questo libro mi conferma che se un sogno non ti abbandona, allora vuol dire che è quello giusto. Quindi se ne avete uno, vi auguro il coraggio e la determinazione di realizzarlo, e di avere vicino qualcuno che crede in voi.
Perché tutti meritiamo di conoscere la felicità.

Come al solito in foto non sono del tutto rilassata, ma vi assicuro che sono pazza di gioia.

Francesca

F _

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Vieni a prendermi

Vieni a prendermi.

Col mio cuore di spine che non sa arrendersi.

Con la mia testa tra le nuvole che non riposa mai.

Con le mie occhiaie eterne fatte di pensieri e sentimenti.

Con la mia timidezza che mi fa sentire un’aliena tra gli esseri umani.

Coi capelli che uso per nascondere il mio viso.

Coi miei occhi che hanno perso il coraggio e scappano sempre.

Con il vento che ho dentro e mi trascina con se.

Col mio riuscire a dormire soltanto se abbraccio il cuscino.

Col mio sorriso imbarazzato di quando ricevo un complimento.

Coi colori che indosso che non attirano l’attenzione.

Col trucco semplice che passa inosservato.

Con le cicatrici che ho collezionato.

Con le lacrime che non vede mai nessuno.

Con le mie battute squallide.

Col mio sarcasmo affilato.

Con le mie paure.

Con i miei sogni.

Con le mie speranze.

Col mio sentirmi irraggiungibile ed esserne tristemente fiera.

Col mio sentirmi sola ed esserne tristemente abituata.

Col mio non sentirmi mai bella e nemmeno giusta.

Col mio sapermela cavare anche quando non ci credo.

Saresti una gran bella sorpresa.

Francesca Lizzio


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Ti penso

Una volta ti feci leggere Perché si dice addio di Giulia Carcasi. Era sera, avevi voglia di leggere e così presi al volo l’occasione. Speravo capissi quanto ci fosse di me in quelle parole, che fossi pronto.

Adesso, quelle rare volte in cui mi capita di rileggerle, penso a te.

Non ti penso più come una volta. E’ passato tanto tempo, ormai sei cicatrice, non più ferita.

Quando ti penso però, ti penso in mille modi diversi.

Ti penso con tristezza. Mi dispiace averti spiegato troppo tardi che sono scappata perché ho avuto paura di essere felice, ho avuto paura quando ho riconosciuto l’amore nei tuoi occhi.

Ti penso con gratitudine. Sono grata perché sei stato diverso, oggi, che l’amore è tutto apparenza e niente sostanza, che le persone sono “usa e getta”.

Ti penso con speranza. Spero che alla fine sei riuscito a perdonarmi, a lasciarti alle spalle la delusione che ti ho causato. Spero che stai bene e sei felice, perché lo meriti. E spero che l’aver sbagliato con te, m’impedisca di scappare ancora se dovessi trovare l’amore in altri occhi.

Quando ti penso, alla fine ti ringrazio, perché è merito tuo se nel mio cuore esiste ancora un posto per l’amore.

Francesca Lizzio


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Merito di essere felice

Non ho mai pensato di meritare qualcosa. Mai. Eppure oggi ho finalmente capito che qualcosa invece la merito. Niente di eclatante, niente di elaborato. Solo un po’ di felicità.

Merito di essere felice perché non è stato facile diventare la donna che sono. Non è stato facile superare la cattiveria gratuita di certe persone, il voltafaccia delle best friends forever, quei per sempre bugiardi. Non è stato facile andare avanti senza quell’amore che non si è mai fatto trovare davvero.

Merito di essere felice perché so cosa significa vedersi sbattere una porta in faccia, sentirsi rifiutati e umiliati, vedere amore sprecato per chi invece per me non ne ha mai nutrito.

Merito di essere felice per tutte le volte in cui ho lottato quando gli altri aspettavano di vedermi mollare, per tutte le volte in cui ho ricevuto una pugnalata al cuore e ho sprecato tutte quelle lacrime pensando fosse colpa mia, pensando quasi fosse giusto e invece l’unica colpa che avevo era l’aver visto un mondo intero nel vuoto più assoluto.

Merito di essere felice perché non ho mai smesso di credere in me anche se gli altri hanno fatto di tutto per sminuirmi, farmi a pezzi, spegnermi. Non ho mai pensato di essere chissà che, ma per fortuna mi sono sempre voluta almeno un po’ bene.

Merito di essere felice perché un giorno ho capito quanto valgo, perché sono sempre rimasta fedele alla persona che sono.

Me lo merito perché ad un certo punto tocca anche a me, ci sono anch’io e non ho intenzione di guardare la vita passare senza un pizzico di questa felicità.

Francesca Lizzio


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Una grande donna

Dietro a una grande donna c’è un repertorio di ferite, delusioni, scelte sbagliate o rimpiante. C’è un retroscena di vuoti e mancanze, di “x” sparse qua e là, segni che stanno ad indicare porte già aperte, esplorate e sigillate. C’è la costante del sentirsi inadeguata, fuori tempo, fuori posto, fuori luogo e dentro sai che casino.

Quello che puntualmente nella vita l’ha sempre fregata, è il fatto che abbia amato gli altri più di quanto abbia mai amato se stessa.

Dietro a una grande donna ce n’è una piccola. E’ subdola, insinua il dubbio, mette ansia e alimenta le paure. E’ quasi impossibile ignorarla, c’è bisogno di una grande forza o di una mano che sa accarezzare. Purtroppo non sparisce mai, la stronza.

Ce n’è anche un’altra, gigantesca, che a volte è incazzata e altre volte solo depressa. O punge o piange. Andrebbe abbracciata, ma va benissimo anche un po’ di cioccolato.

Una donna così ha collezionato tante belle parole, tante promesse e le ricorda (difficile dimenticare) dietro quelle “x”, sapendo che non è il caso tornare indietro. Ha collezionato tradimenti, incomprensioni ma anche occasioni, conquiste e ricordi preziosi. Sa che non tutto può essere compreso ma ha dato un senso anche all’incomprensibile.

Nel sorriso di una grande donna c’è l’orgoglio di essersi sempre rialzata, il più delle volte da sola. Ci sono le persone a cui ha voluto e vuole bene e la fierezza di amare persone, luoghi e cose “impopolari” perché sa che la sostanza ha tutt’altro che sembianze appariscenti. C’è il coraggio di voler essere se stessa, anche se gli altri la vogliono diversa.

Una grande donna non mette in vetrina, lascia uno spiraglio, sperando che qualcuno prima o poi abbia voglia di sapere cosa c’è dentro. In ogni caso, ha imparato a farsi luce da sola.

Una donna così, nonostante si senta tutto tranne che grande, affronta la vita con coraggio, tenerezza e resilienza.

Francesca Lizzio


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Via

Quel giorno pioveva copiosamente. C’erano lampi di tutti i colori che si rincorrevano, il vento forte, il cielo nero.

Stavo accucciata davanti alla finestra, con le gambe raccolte sul mio petto e le braccia intorno alle mie spalle. Ero concentrata ad aspettare i tuoni così da non dover pensare ad altro, quando vidi una ragazza uscire di casa. Aveva un ombrello blu, “Un colore normale” mi dissi ripensando al mio che invece è giallo, “Quanto sei sentimentale, l’hai preso giallo come Tracy e di tutte le volte che prendi l’autobus o la metro non ce n’è una in cui incontri il tuo Ted”.

Trascina una valigia, ne ha altre due appese alle braccia (più la borsa). Sta partendo, la invidio. Magari ha trovato lavoro e una casa bellissima, piccola si, ma bellissima, sua, con un albero di ciliegio o di mimose che può vedere tutti i giorni dalla finestra, vicina alla fermata dell’autobus, magari c’è un fiume o un lago lì nei paraggi, ci sono gli alberi, l’aria è pura, c’è la montagna o il mare, magari qualcuno l’aspetta oppure è sola e non gliene frega niente.

Infila nel cofano le valigie, chiude l’ombrello, sale in macchina e parte, via, lontana da tutto e da tutti. Non tornare più, mi raccomando. Trova la tua strada e non voltarti mai indietro.

Già la immagino. Probabilmente prenderà il treno, non è una che ama volare (anche se non sogna altro da quando era bambina), sicuramente ha smesso di credere nell’amore, ha imparato che quello che gli altri raccontano un giorno può succedere a te, che la vita non può certo essere tutta rose e fiori ma chissà perché la sua è sempre un inferno.

La vedo, è arrivata alla stazione, parcheggia, apre l’ombrello, tira fuori le valigie dal cofano e s’incammina. Non si guarda indietro e nemmeno intorno, va via.

“Binario 3, arrivo previsto per le 17:45” già, previsto, chissà se sarà puntuale.

Trascina le valigie, strano, non c’è tanta gente, forse la maggioranza ormai viaggia solo in aereo. Sono le 17:24. Sospira, avvolge meglio la sciarpa intorno al collo, inizia poi a rovistare nella borsa, chissà che cerca, fa freddo, forse ha dimenticato i guanti, che importa, ne farà a meno, ci si abitua a fare a meno di tutto nella vita.

Piove ancora, ha uno sguardo fermo e tranquillo anche se dentro è tutto tranne che tranquilla. E’ sicura di voler partire, ci ha pensato tante volte, ha sistemato tutto. Andrà bene, deve andare.

Lascia indietro gli amori sbagliati, le amicizie finite, le lacrime incomprese, le domande che non hanno mai avuto risposta. Va via, verso un nuovo inizio. Non importa quanto sarà difficile, nella vita tutto è difficile, non importa se non ha nessuno a fianco, nella vita si sta in piedi anche da soli, in fondo servono solo due gambe.

A questo punto si sente il fischio di arrivo, manca poco.

Sospira un altro po’, si sposta i capelli dal viso, la pioggia avvolge il suo ombrello blu.

Ed ecco il treno in lontananza, coi fari accesi. Sono le 17:39.

Continua a piovere, forse anche il cielo vuole salutarla.

Sale i gradini del treno trascinando il suo passato, andando verso un futuro migliore. Prende posto in un vagone più o meno vuoto, guarda la pioggia scivolare sul finestrino e sorride. Si, sorride.

Il treno parte puntuale, un miracolo.

Forse è destino che vada via.

Forse un giorno me ne andrò anch’io.

Francesca Lizzio

personaggi della serie How I Met Your Mother


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Certe donne

E’ prerogativa di certe donne non sentirsi mai abbastanza.

Ci sono quelle che colpiscono per un sorriso distratto, una mano passata così tra i capelli, quelle con delle occhiaie che nemmeno tre chili di trucco riescono a nascondere o che invece se ne fregano e non vogliono nasconderle, quelle con lo sguardo lontano, quelle che si truccano tanto, quelle che si truccano poco o niente.

Ci sono quelle che “No, non ce la faccio” e invece alla fine ce la fanno, quelle che inciampano, sbattono, prendono in pieno porte, muri, mobili e ridono anche se così si saranno assicurate un bell’ematoma.

Ci sono quelle che “No, non ci credo più. Vada al diavolo lui e pure tutti gli altri” e dicono sul serio, quelle che vorrebbero dire sul serio ma non ci riescono, quelle che “Io però continuo a sperarci”, quelle che sognano e non lo dicono a nessuno, quelle che leggono, quelle che scrivono.

Ci sono quelle che si sentono invisibili oppure pagherebbero per esserlo (almeno per un po’, ogni tanto), quelle che corrono dalla mattina alla sera stando a sentire tutti e dimenticando se stesse, quelle che si incazzano per bene e mandano tutti a fanculo “Basta, decido io, faccio a modo mio”.

Ci sono quelle che si sono spaccate la testa mille volte e si sono stufate “No, grazie, ho smesso”, quelle che guariscono e dicono “Ma si, dai, riproviamoci”, quelle che non sanno perdonare perché fa troppo male, quelle che perdonano appena un gesto o una parola fa sciogliere loro il cuore.

Ci sono quelle che affrontano situazioni impossibili e anche se si sentono il mondo addosso, anche se si sentono insignificanti e sconfitte, riescono a superarle pur non credendosi forti abbastanza.

Ci sono quelle che non sanno parlare, quelle che parlano troppo, quelle che il cuore non lo abbandonano manco a legnate, quelle che lo prendono a legnate.

Ci sono quelle che stanno alla fermata dell’autobus con le cuffie nelle orecchie e la musica nemmeno la sentono, troppo impegnate a chiedersi perché e per come, quelle che si sentono le pecore nere dappertutto, quelle che piangono in silenzio, quelle che lo urlano al mondo quando sono a pezzi.

Ci sono quelle che si nascondono per non essere notate, quelle che sperano sempre di essere notate, quelle fortunate che hanno delle amiche pronte a tutto e in qualunque momento, quelle che hanno smesso di credere pure nell’amicizia.

Ci sono quelle che pensano, pensano, finché non crollano, quelle che fanno, fanno, così non devono fermarsi a pensare e crollare, quelle che non hanno nessuno, quelle che hanno qualcuno ma in fondo è come se non avessero nessuno.

Ci sono quelle che scelgono, quelle che non vengono mai scelte, quelle che non si piacciono ma dovrebbero, quelle che finalmente lo capiscono e iniziano ad amarsi, quelle che si sanno aiutare da sole, quelle che ogni tanto si fanno aiutare (che ogni tanto ci vuole).

Ci sono quelle che hanno deciso di ammazzare la speranza visto che è l’ultima a morire, quelle che non smettono di difenderla anche dopo infiniti calci in culo, quelle del bicchiere mezzo pieno, quelle del bicchiere mezzo vuoto, quelle che il bicchiere se lo scolano e arrivederci e grazie, quelle che ballano, quelle che lo fanno solo con dell’alcol in circolo.

Ci sono quelle che coi sentimenti non sanno giocare e fanno la guerra col mondo quando scoprono che lo stronzo di turno le ha prese solo in giro, quelle che a quel punto iniziano a fare come quello stronzo “Chi se ne frega, così non soffro più”.

Ci sono quelle che si cercano e non si trovano, quelle che si trovano e non si perdono più, quelle che si perdono per poi ritrovarsi, quelle che scappano, quelle che aspettano.

Io credo che queste donne siano più forti e più belle di quello che pensano. Vorrei non si sentissero diverse dalle altre, che se ne fregassero, perché sono tutta un’altra storia e con loro non c’entrano niente. So che non è facile ma è possibile.

Siate come la terra che malgrado il cemento, riesce sempre a fiorire.

Francesca Lizzio


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