Sapessi

Notte.

Ombra incresciosa

sul filo irrequieto del silenzio.

Il cuore sussulta.

Sento e la pioggia scorre,

follia o solo pelle e poesia?

Tra l’anima e la carne

che vuoi, non è colpa mia

se ci sei tu in fondo alla mia malinconia.

Tra la fame e la sete

che vuoi che sia,

c’è quel pensiero senza via d’uscita,

sole o tempesta non riesco a capirlo.

In questo silenzio ti sento vicino

al punto che il sangue scotta

e del resto non m’importa.

Chissà se mi senti,

ti sto chiamando da secoli inclementi.

Sapessi quanto mi costa fare finta di niente

nel disordine di cose, strade, rumori.

Sapessi quanto mi costa tenerti così,

in un angolo minuscolo del cuore che a stento riesce a contenerti.

Cosa ne è stato di tutte quelle parole,

desideri espressi sottovoce,

in punta di piedi su questa distanza infinita.

Notte, perché mi fai questo?

Il filo è diventato groviglio

e incespico nel buio in cerca di un respiro.

Che senso ha avuto?

A cosa serve pensarti se poi non sei con me.

A cosa serve domandarsi cosa, se

dire sempre, mai, certo

se poi di certo c’è solo questo silenzio.

Di certo c’è solo il desiderio irrealizzabile

di liberare angoli,

aprire porte, finestre sul vuoto interiore.

Notte, nuda e cruda.

La pioggia insiste, indifferente.

Il mio cuore oggi persevera,

domani chissà,

forse rinuncia.

Francesca Lizzio


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Rotta

Mi sento come una cosa che è stata conservata per troppo tempo e sta cominciando a marcire. Io che dubito di tutto e di tutti, inclusa me stessa, sto andando a male.

Non so come spiegarlo, è un vuoto che credevo di aver colmato… o comunque rattoppato con tutto quello che compone la mia vita.

Ricordo bene com’ero prima. Ricordo che incontrare nuove persone non mi faceva paura e che parlare non mi creava ansia. Ricordo che il sorriso che avevo sulle labbra era, il più delle volte, spontaneo e mai cercato a tutti i costi, tirato fuori a forza. Ricordo quando mi spendevo per gli altri in nome di un bene che nutrivo soltanto io, dimenticandomi di me stessa, non accorgendomi del male che mi veniva fatto. Credevo fosse affetto, credevo fosse amore. Ci credevo veramente. E invece era altro. Era il lento meccanismo di privazione del mio cuore, che a mia insaputa non faceva che svuotarsi giorno dopo giorno. A forza di dare, dare, dare, di amare a senso unico, di fare tutto io, di non accorgermi che non c’era un ritorno, non c’era uno scambio, non c’era niente di sano. C’era il mio cuore messo lì, alla mercé di chiunque, tra avvoltoi che prendevano tutto quello che potevano e poi sparivano.

Quando mi guardo indietro, quando ci ripenso, mi sento la stupida più stupida sulla faccia della Terra. Provo pena, rabbia, per essere stata così ingenua, per aver messo sempre l’emotività al primo posto e mai la razionalità.

Come sono diventata quella che sono oggi? Quando mi sono resa conto di cosa avevo perso. Quando ho capito per chi l’avevo perso, persone che nemmeno c’erano più, mi avevano usata e lasciata. Quando finalmente mi sono accorta che non ne valeva la pena, anche se ormai era troppo tardi.

Quello che mi è stato tolto non lo avrò mai più. Adesso sono questa donna, non so sperare, mi aspetto il peggio da tutto e da tutti, mi sento immune alla felicità.

La croce di essere sensibili è questa, non sopporti la superficialità e la falsità ma l’autenticità rischia di farti morire di paura, l’ignoto che c’è dietro la possibilità di essere felici ti frena fino ad annientarti. Perché non lo conosci o hai dimenticato di averlo conosciuto.

E’ colpa mia, non riesco mai a parlare ogni volta che ne sento il bisogno, a dire quello che davvero voglio dire. Lascio il mondo com’è o lo stravolgo, mi faccio a pezzi per evitare di spiegare il come, il perché, il quando di tutto questo cinismo, della mia volontà di voler stare da sola perché solo così mi sento veramente al sicuro.

Sono rotta, riparata alla bell’e meglio, maldestramente, non riesco ad incastrarmi altrove, non so se lo voglio un altrove.

Oggi vorrei sfumare via, non c’è ombra di smentita. E’ un circolo vizioso, anche se cambio il mio modo di vedere le cose, se cerco di credere, se cedo dando un po’ di fiducia, addirittura sperando, alla fine va sempre allo stesso modo. Alla fine mi ritrovo sempre a chiedermi “Ti aspettavi davvero andasse diversamente?”.

Forse chi è guasto non torna più come prima, non si può aggiustare. Magari trova il modo di recuperare il salvabile, giusto l’essenziale affinché gli ingranaggi riprendano a funzionare.

Quello che ci viene fatto non definisce noi ma chi ce lo infligge, è vero. Non si parla mai però delle conseguenze, di come si cambia, di cosa si perde di se stessi.

Forse siamo tutti guasti, ammaccati e l’unico rimedio sicuro che abbiamo trovato per non distruggerci definitivamente è la solitudine.

Francesca Lizzio


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E’ ancora lì

Ci sono cose che credevo non sarei riuscita ad affrontare, invece le ho superate. Altre che credevo sarebbero durate a lungo e invece giusto il tempo di rendermi conto di quanto profondamente mi fossero entrate dentro, per poi ritrovarmi improvvisamente a doverne fare a meno.

Ferite che ero certa mi avrebbero distrutta, esperienze che temevo mi avrebbero cambiata radicalmente. Invece… invece.

Si, sono cambiata. Sono diffidente, mi fido di qualcuno dopo diverso tempo, a volte sono così cinica che stupisco perfino me stessa. Però non mi fa più male essere cambiata tanto, soprattutto perché quello che ho dentro, l’essenziale, è rimasto immutato. I miei valori, le cose in cui credo, quelle in cui non riesco a smettere di sperare. La mia sensibilità è sempre lì, integra. Mi porta ancora a non farmi sentire quasi mai a mio agio, mi fa tremare a volte la voce e altre le mani, per non parlare di quando c’è qualcosa di bello proprio lì, davanti a me o addirittura per me. Quelle piccole, grandi cose che mi tolgono il fiato, mi fanno sorridere, mi fanno sentire viva.

E’ ancora lì, così com’è sempre stata e mi conforta, perché significa che avrei perso davvero me stessa soltanto se oggi, niente riuscisse più a toccare certe corde interiori.

Non sarà il massimo sentire così, tenere così tanto a qualcosa… ma non è peggio non emozionarsi mai, non esporsi, non credere, non rischiare? Non è triste non usare il cuore?

La verità è che anche il più disilluso custodisce dentro di sé quel piccolo angolo spinoso del cuore che ancora resiste, che tiene ben nascosto. Ci sarà polvere, disordine, eppure è ancora lì, in attesa di qualcuno che lo trovi, accenda la luce e decida che vale la pena dargli una nuova occasione.

Francesca Lizzio


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Le persone che

Non ho mai ricevuto delle scuse. Da chi?

Da chi ha fatto a pezzi la mia autostima da adolescente, per esempio. Da chi mi ha privata della serenità e della spensieratezza che avrei dovuto sperimentare in quegli anni. Da chi non mi ha aiutata e anzi, ha scaraventato nel mio cuore altro dolore.

Da chi non ha dato alcun peso al fatto di aver distrutto qualcosa dentro di me che non ho mai più riavuto.

Da chi non ha capito cosa ci fosse dietro la mia timidezza, la mia riservatezza, troppo impegnato a giudicarmi, a farsi un’idea di me senza nemmeno prendersi il disturbo di riflettere prima di dare fiato alla bocca.

Da chi mi ha ferita, senza tenere conto del mio affetto.

Da chi mi ha usata, solo per soddisfare il suo interesse.

Da chi mi ha illusa, solo per godere della mia tristezza.

Da chi ha fatto si che la mia capacità di fidarmi degli altri, di aprirmi agli altri, fosse presa a ridotta in cenere.

Adesso ho venticinque anni, so badare meglio a me stessa. Quello che nessuno capisce però è a quale prezzo le persone che hanno subito violenza, psicologica o fisica, imparano a badare a se stesse.

Le vedrete sempre agire diversamente dagli altri. Muoversi, parlare, pensare, guardare, osservare, difendersi. Potete soltanto cercare di immaginare la solitudine e il vuoto che portano dentro, che mai e poi mai, anche se staranno meglio, riusciranno a colmare. Quel vuoto una volta era una parte di loro, una parte che è stata presa e distrutta dall’egoismo e dalla cattiveria di qualche sottospecie di essere umano. E’ come un terreno una volta rigoglioso che dopo una serie di soprusi ha smesso di essere fertile. E’ morto, non darà più vita a nulla. Se ne sta lì, è mancanza.

Le persone come me potranno anche essersi rialzate, ma non avete idea del bagaglio che si portano dentro, di quant’è difficile per loro conviverci. Se non si dispone di una certa sensibilità, di una certa empatia, non potete immaginarlo, è logico.

Ricordo ancora la paura e qualche volta, eccola lì. La sua morsa si stringe o si allenta in base alla forza che riesco a tirare fuori.

Ricordo ancora quando qualcuno rideva delle mie lacrime. Quando chi diceva di volermi bene mi pugnalava alle spalle. Quando l’amore mi deludeva. Quando mi sentivo dire che ero debole, ipersensibile, pazza visionaria, “E’ colpa tua”.

Si, è stata colpa mia, perché soltanto attraverso il dolore e la perdita di una parte di me, ho compreso che avrei dovuto amarmi di più e concedermi meno agli altri. Ho pagato per aver aperto il mio cuore e mi sono ritrovata ridotta all’ombra di me stessa, perfino il mio sorriso non è più stato lo stesso. Ma la mia ingenuità, la mia buona fede, non può essere l’assoluzione di chi ha consapevolmente fatto del male alla mia anima. Tutto quello che mi è stato tolto, i lati del mio carattere mutati irreversibilmente, le scelte che faccio per difendermi anche a costo di dover rinunciare a quello che invece potrebbe farmi del bene, sono cose che chi mi ha fatto del male prima o poi restituirà. La vita è un boomerang: quello che dai, ritorna.

Non ho più bisogno delle scuse, anzi, col senno di poi so che anche se le avessi ricevute non avrebbero avuto importanza. Il danno ormai era fatto.

Per fortuna sono riuscita a riprendermi, grazie a me stessa e alle persone che mi vogliono bene.

Sono una donna che spesso viene considerata strana, riservata, silenziosa, diversa e sapete? Non m’importa più. Perché se essere diversi significa non somigliare affatto a chi giudica senza conoscere, a chi critica senza riflettere, a chi fa del male in qualsiasi modo per il solo gusto di farlo, allora ne sono felice. Una volta odiavo la mia diversità, eppure non era altro che individualità e quando l’ho capito ho imparato ad apprezzarmi e a volermi bene.

Le persone come me non parleranno mai di tutto questo, sta a chi gli sta accanto rispettare e soprattutto capire che siamo fragili. Abbiamo imparato, abbiamo capito, ma credetemi quando dico che non è da tutti restarci accanto. Siamo complicate, siamo un impegno e oggi ogni cosa è a tempo determinato.

Eppure siamo ancora qui, non ci hanno spente, non ci hanno annientate.

Chi non ci conosce avrà sempre da ridire, da criticare, ma dobbiamo fregarcene, viviamo alla faccia sua, che pensa di avere il diritto di decidere al posto nostro, che ha la presunzione di sapere chi siamo. Pensateci, si commenta da solo.

Chi scappa da voi, lasciatelo fare. Avete bisogno di persone di qualità accanto, non di qualcuno privo di sostanza, di chi non ha capito niente e mai ne sarà in grado.

E ricordate che la vera colpa è di chi fa del male, non di chi vuole soltanto fidarsi. Non è vero che non siete abbastanza, che ve lo siete meritato, che è questo il massimo a cui potete aspirare.

Per chi vedrà un mondo intero da scoprire e amare dentro di voi sarete tutto ed è questo ciò che meritate, il massimo a cui dovete aspirare. Perché alla fine si riduce tutto a quest’unica verità: chi tiene davvero a noi ha sempre le idee chiare, non cerca scuse, non ha bisogno di tempo, non ha di meglio da fare, non vuole cambiarci, non credeva fossimo diversi e invece. Tiene a noi e basta. Ci ama e basta.

Francesca Lizzio


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Ho perso l’amore?

Come ci si comporta quando capisci che forse non ci credi proprio più?

Vorresti non fosse così, lo vorresti con tutto il cuore, con tutta l’anima.

“Ti serve solo un’occasione” ti dicono. Bene, dove crescono gli alberi delle occasioni? Però che sia chiaro: buone occasioni. Non perse, sprecate, deleterie. Buone, belle, sicure. A chi posso chiedere indicazioni? Dove li trovo?

L’albero delle occasioni me ne deve una come si deve e se è vero che l’universo ci mette di fronte a ciò di cui abbiamo bisogno, e sia. Ne ho bisogno, non ne ho mai avuto più bisogno di adesso. Mi sento caduta in un sonno profondo, profondissimo, dal quale non riesco più a svegliarmi.

Ho perso davvero tutto l’amore che avevo dentro? Tutto? Cos’è rimasto tra la polvere? Qualcosa deve esserci, altrimenti dormirei e basta, non andrei in cerca di alberi delle occasioni. Dormirei e basta, semplice. L’idea mi attrae, è vero. Sarebbe così facile arrendermi, restare appesa a questo sonno eterno dove non sono né morta né viva. Prendere le cose come vengono, quelle sottospecie di occasioni viste e riviste, dove ogni volta m’illudo di trovare qualcosa di diverso. Dove ogni volta perdo altro amore.

Peccato che l’albero delle buone occasioni non cresca dietro l’angolo.

Peccato, da sola non ce la faccio. So cavarmela da sola in altro, ma non in questo. Non in questo. Non so come fare a tenermi stretto quello che resta, a svegliarmi.

Francesca Lizzio


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Cara solitudine

Cara solitudine, è da un po’ che non parliamo. Credo sia perché ormai ho imparato ad apprezzarti, a considerarti una parte di me. Il nostro è un tacito consenso, un patto di non belligeranza.

Però scommetto che ricordi bene quando siamo entrate in guerra. Ero in piena adolescenza e all’improvviso il mondo aveva cambiato volto, era diventato ostile, crudele, spietato. Non mi piaceva stare da sola, lo odiavo, ne soffrivo ed ero bersaglio di individui penosi. Allora non lo capivo, ero convinta di meritarlo. Nonostante ti detestassi, sei stata l’amica che mi ha reso migliore. Mi hai arricchita, con te sono diventata la donna che sono. Bé, almeno un po’, per certi versi. Mi hai insegnato delle cose importanti che altrimenti non avrei compreso, ad esempio come riconoscere e distinguere le persone. O che a volte puoi avere accanto le persone che ti stanno più a cuore, ma sentirti sola comunque. Incompresa, spaesata, come un riflesso che non riesce a trovare la propria origine.

Grazie a te ho capito che il punto di partenza sono sempre stata io, non le persone a cui volevo bene. Ho capito di non dovermi aspettare dagli altri ciò che dovevo chiedere soltanto a me stessa.

Quanto sono cambiata. Si, la guerra è finita, sei diventata un’alleata. Eppure qualche volta colpisci dove fa più male. Qualche volta, ciò che mi hai insegnato sugli altri e su me stessa fa male come se mi stessero sbranando il cuore. In quei momenti, quando mi sento così abbandonata e rifiutata, lascerei tutto, non so per dove o come ma me ne andrei. Anche se nel profondo so che non aiuterebbe davvero. Perché in quei momenti, tutto quello che vorrei è una pausa dalla realtà che spesso inganna, illude, ferisce, umilia finché non resisti, stringi i denti, la goccia non trabocca dal vaso. Mi sento come in una bolla, invisibile agli occhi degli altri, sordi alla mia richiesta di aiuto. E comunque sento che qualsiasi cosa dica o faccia, nessuno capirebbe. Anzi, temo possa sminuire o infierire e quindi mi chiudo in me stessa. Sono sola. So che uscire da questa bolla è possibile, è una scelta dettata dall’amor proprio e dalla razionalità, ma ci sono delle volte in cui sarebbe di conforto avere qualcuno che mi porge una mano. Invece sono sempre io ad aiutare gli altri, quando poi si tratta di me spariscono tutti. Mi hai insegnato che pochi restano davvero e che chi dice cose come “Puoi contare su di me”, “Ci sarò sempre” e così via, al momento di dimostrarlo non ci sarà. E’ allora che devo volermi più bene e l’ho capito grazie a te. Grazie per tutte le volte che mi hai svelato la vera identità di una persona che amavo.

Ho capito che sei come l’autunno. Il suo arrivo annuncia una fine, un ciclo che si chiude, la morte, ma anche un rinnovo, la rinascita. Avvolgi il cuore con la tua presenza col solo scopo di dare un insegnamento: bisogna lasciare andare ciò che non ci serve più per fare spazio a ciò di cui invece abbiamo bisogno. Bisogna far morire ciò che ci ha fatto del male, per permettere a ciò che potrebbe farci del bene di nascere.

Molti non ti apprezzano come meriteresti, un po’ come succede all’amore, paradossalmente. Eppure, secondo me, soltanto imparando a comprenderti possiamo accogliere un sentimento, scoprire che persone siamo, cosa desideriamo, cosa fa per noi. Sembra difficile, invece non lo è poi così tanto. Purtroppo molti non capiscono che a volte sei perfino necessaria, fondamentale. Io l’ho capito e anche se non è facile, anche se a volte il dolore sembra incolmabile, con te ho imparato a dare il giusto valore a me stessa. Quindi, ti ringrazio.

Francesca Lizzio


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Cuore mio

Ti ho odiato per tanto tempo, lo sai.

Perché ti sei fidato troppo e gli altri vigliaccamente ne hanno approfittato.

Perché hai amato tanto chi ti ha ricambiato poco, male o per nulla.

Perché sei rimasto chiuso quando, finalmente, volevano soltanto scoprirti. Eri spiazzato, lo so. Adesso stai male perché hai paura che nessuno ti darà più un’altra occasione. Perché sei convinto che davanti alle tue spine mai più nessuno si soffermerà. Perché credi che un cuore per essere amato debba essere sgombro di spigoli e paure.

Ascolta, non è così. Ho capito che se gli altri preferiscono lasciarti andare, allora è meglio lasciarli fare. Se non ti capiscono quando concedi uno spiraglio, allora non sono in grado di accoglierti. Lo so, è terribile. Specie perché non ti spieghi com’è che non ti hanno capito anche quando hai spalancato le tue porte. Quella era incuranza, fidati. Molti non ti meritavano, non eri tu ad aver sbagliato.

A volte vai fiero della tua risolutezza, orgoglioso di essere andato avanti nonostante tutto, anche quando ti sei sentito morire. Altre, invece, vorresti essere più leggero. Ti chiedi come sarebbe se non avessi imparato a difenderti in questo modo che terrorizza tutti, che nessuno capisce.

Ripensi a chi non ti ha afferrato al volo quando poteva, a chi non hai abbracciato quando ce n’era bisogno. Ti tormenti, ti annienti.

Ricevi altro male, nascono altre spine. Il bene che ti servirebbe scarseggia, conservi quello che c’è. Non basta, ma meglio di niente.

Ti chiedo scusa per tutte le volte che ti maltratto, che me la prendo con te. Lo sai che lo faccio soltanto nel tentativo di ammazzare l’amarezza, perché in quei momenti la tristezza rischia di farmi esplodere. Per fortuna sei forte, resisti sempre.

Quindi, per favore, prometti: la prossima volta non andare incontro al rimpianto. Concediti una nuova occasione. Impara dal passato, ma fai il modo di non rinunciare ad altri attimi di vita. Perché lo sai che non ne vale la pena, che non è giusto. Difenditi, ma se è il caso arrenditi. Le cose possono cambiare.

Ricordati di chi ha scelto di prendersi cura di te. Qualcuno c’è.

Qualcun altro, chissà, potrebbe esserci.

Francesca Lizzio


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Soltanto per una volta

Tra i capelli nascondi disordini e amarezze

e qualche volta credi che nulla possa sciogliere le tristezze,

che ogni notte sia fatta per risorgere col niente

Niente più di quello che sei,

che hai o avuto mai

Soltanto per una volta

trovata, scovata

dal peso opprimente di non valerne la pena sollevata

Soltanto per una volta

non costretta a farcela da sola,

a non crollare, attenta al nodo in gola

Coraggiosa autodidatta,

di spine sei fatta

Per non spiegare più a chi non vuole capire,

per non legarti più a chi non vuole sentire

Soltanto per una volta, cosa daresti

melodia muta di essere smetteresti

Slancio felice, volo leggero

con un respiro diverso

Affidi al buio la missiva,

magari il cielo si accorge che ti senti alla deriva

Cosa daresti, soltanto per una volta

per sentirti libera e dal calore accolta.

Francesca Lizzio


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Dura

Quella corazza dura che hai

basterebbe una carezza

e meno aspra sarebbe, lo sai?

Hai finito per dimenticarlo,

ricordo sepolto per non sciuparlo

ricordo appeso al dolore del passato

Non conosci altro modo

convivi con quel nodo,

quel laccio stretto intorno al collo

che mette in guardia, sento, soffoco

Cammini per strada e pensi

“Chissà come sarebbe”

e il desiderio ti avvolge lentamente

lo senti, è prepotente

Schiava della paura,

solo così ti sei sentita sicura

Però che bello se ricordassi

come, oltre quella corazza dura,

sarebbe amarsi.

Francesca Lizzio


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L’amore ai tempi del…com’era

Avrebbe fatto comodo un bel manuale sulle relazioni sentimentali. Avremmo sfogliato l’indice all’occorrenza, letto quello che c’era da leggere e sarebbe andato tutto bene.

Tra amiche si parla spesso di maschi prevedibili, pseudo amori, avventure, storie e tutte la pensiamo a proprio modo. Concordiamo inoltre sul fatto che il manuale potremmo scriverlo noi stesse.

C’è chi vive quest’epoca di precariato sentimentale con leggerezza, con la voglia di divertirsi e basta, delusa da esperienze passate, chi è impegnata in un rapporto che spera di non veder franare alla minima incertezza, chi ha deciso di stare da sola per un po’, intenzionata a non sprecare altro tempo e altro cuore, decisa a non avere più aspettative.

E’ innegabile. Il sesso è molto più facile. Paradossalmente, per quanto intimo sia, non è abbastanza personale da poter essere vissuto soltanto con qualcuno che ci piace davvero e per intero. Non è impegnativo quanto lo è invece una relazione. Ottieni quello che vuoi e te ne vai, punto. Niente cuori infranti, sogni distrutti, progetti falliti.

Le relazioni stravolgono. Sono un impegno costante. Come possono sopravvivere, ad esempio, alla distanza? Le fondamenta di una relazione come questa, in teoria, dovrebbero essere uguali a quelle di una qualunque relazione: solide, forti, consapevoli. Ma se anche fosse così, con tutto l’amore e la razionalità del mondo, come si fa a non lasciarsi abbattere dalla distanza? Senza potersi vedere quando si vuole, senza poter condividere tutto in modo “normale”.

“Io non so se ce la farei”, ho detto. “Se fossi innamorata ce la faresti”, mi hanno risposto. Ma io so che l’amore non fa miracoli. Anche se fossi innamorata non credo reggerei ai classici dubbi, alle classiche paure, alla classica gelosia, tutto elevato al quadrato, senza poter toccare con mano la soluzione ai miei affanni quando mi pare e piace. Dovrei convivere con delle paranoie che normalmente non avrei o almeno, non con la stessa intensità.

E mentre si chiacchierava, tra amarezza e speranza, ecco lo scenario che avevo per la testa:

A poco a poco ci allontaneremo, aggiungendo il silenzio alla distanza.

Sentiremo la mancanza di quelli che eravamo all’inizio, belli anche senza parole, perché eravamo tipi d’azione, di fatti che avevano l’urgenza di realizzarsi.

Per un po’ siamo stati bene, poi ci siamo rovinati la vita. D’ora in poi malediremo l’ora e il momento.

Diventeremo due disordini che si raccontano che se la caveranno.

Due pianeti privi di vita che si limiteranno ad orbitare e collassare nell’indifferenza altrui.

Come qualsiasi altro amore.

Insomma, in un periodo in cui il presente stesso ha fondamenta traballanti, non biasimo certo chi non pianifica un futuro in grande, con matrimonio e figli all’orizzonte. Allo stesso tempo però, sto dalla parte di chi vuole di più. Perché c’è chi ama talmente tanto l’amore da non volerlo sminuire. E’ cogliere la differenza tra chi ti piace veramente e chi invece non ti resterà impresso nella memoria neanche per un giorno. C’è chi ama così tanto da pretendere un dialogo, condivisione, libertà, confidenza, una fiducia che mai può reggere il confronto con qualcosa di superficiale come Ciao, adios, I’m done. C’è chi vuole l’intimità ed è qualcosa di fottutamente coraggioso. Qualcosa che non puoi trovare con chiunque.

Fra’, al posto del cuore tu però ormai c’hai un posto di blocco, (ho riso tantissimo).

Si, non sono mai stata facile da conquistare, ho sempre applicato la mia personale selezione (naturale o consapevole che sia). E’ vero, sono fatta così. C’è chi riesce a mettere da parte il cuore e chi invece, per quanto lo desideri, no.

Ma allora cosa vuoi?

Quello che ho sempre voluto: autenticità. Consapevolezza. Maturità. Sincerità.

L’ho detto/scritto tante volte, l’amore non è una mia priorità, ma non vuol dire che se dovessi ritrovarmelo davanti lo manderei al diavolo. Non subito, almeno, e siamo esplose a ridere.

Scherzi a parte, a me non piace la solitudine di oggi. Non mi piace quando nessuno difende un sentimento, quando nessuno cerca qualcosa di diverso. Non mi piace quest’incertezza costante, questa rassegnazione passiva, questo tempo che scivola via senza imprimere nella memoria quasi nulla di importante.

Non ho mai apprezzato le belle parole prive di sostanza, lasciate nel vuoto, abbandonate senza fatti. L’ipocrisia di chi ti tiene all’amo e non ti prende mai, ti illude, temporeggia, probabilmente perché incapace (o semplicemente non interessato) ad accogliere qualcuno.

Sembra che nessuno si fermi più un attimo per chiedersi com’era l’amore, quando gli permettevamo di far parte delle nostre vite.

Francesca Lizzio


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