Quattro anni

Quattro anni giorno 20 Febbraio

Questo piccolo angolo spinoso esiste da quattro anni e anche se è un po’ silenzioso ultimamente, non vuol dire che sia abbandonato. Ho letto da qualche parte che gli scrittori scrivono anche quando non scrivono, per cui se davvero posso essere definita tale allora è esattamente quello che sto facendo.

Scrivere una storia non è facile, paradossalmente la seconda volta è risultata più difficile della prima. Vuoi per lo stress della vita di tutti i giorni, vuoi per mancanza di tempo, procede a rilento. Sono sincera con voi, sempre, quindi lo ammetto.

Il pensiero comune vuole che gli scrittori forse non abbiano mai dei periodi lenti, debbano scrivere scrivere scrivere, disperati e insaziabili. E poi ci sono io che anche per le passioni che nutro ho bisogno di tempo.

C’è molta competizione in giro, ma non mi tocca. Scrivo perché è una cosa che mi fa sentire meno invisibile e incapace, non per dimostrare qualcosa a qualcuno o per sentirmi migliore degli altri.

Non so quando finirò di scriverla, ma non mancherò dal tenervi informati su qualsiasi piega prenderà in futuro.

Rileggendo il post che ho scritto l’anno scorso, mi sono resa conto che il 2018 non è andato affatto come immaginavo. Ero sicura che non avrei potuto partecipare a Libri in Baia ad esempio e invece sono partita, sola e in preda all’ansia ma ce l’ho fatta e ho presentato per la prima volta il libro. Vi lascio qui gli articoli dove vi ho raccontato tutto.

Comunque, oggi voglio ringraziarvi ancora una volta di esserci.

Spero di riuscire a migliorare, a superare le mie paure e i miei dubbi e a regalarvi questa storia che mi accompagna da un po’ e che non ha nulla o quasi a che vedere con Fiore di cactus. Non so se ne avrò l’occasione ma ci proverò, come sempre.

Grazie per questi quattro anni insieme.

Quattro anni blog
Ho ritrovato questa foto tra le mie vecchie storie di Instagram, scattata sul treno qualche mese fa.

Francesca


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L’amore è un’altra cosa

Da qualche anno ho preso l’abitudine di non pensare a chi non pensa a me. Mi spiego meglio: una volta credevo che comportandomi diversamente avrei dimostrato di essere superiore, giustificavo l’ingiustificabile sostanzialmente, finché ho capito che grande spreco di tempo e di attenzioni fosse. Che cavolo di senso aveva esserci sempre per una persona che nemmeno si sprecava, per esempio, a farmi gli auguri per il compleanno? Per non parlare del fatto che non si sognava nemmeno di riconoscere il proprio sbaglio e chiedermi scusa.
C’è un’enorme differenza tra essere maleducati e sprecarsi per qualcuno che non ti pensa mai, per questo ad un certo punto ho deciso di dedicare il mio tempo e la mia presenza a chi la merita (e vuole) davvero. Dopotutto se c’è affetto non succedono certe cose, credendo poi che le persone siano cretine e dimentichino come se non fosse successo nulla.
Insomma, si trattava sempre di affetto a senso unico, ero io l’unica a tenerci davvero, dall’altra parte alla fine mi sono accorta che era unicamente una questione di comodo. Uno schifo.
Avrei dovuto continuare come sempre, cioè passare oltre e permettere che la storia si ripetesse all’infinito? Oppure darci un taglio, cominciare finalmente a farmi rispettare e prendere le distanze? Avrei dovuto farlo prima, magari mi sarei evitata certi dispiaceri e non avrei permesso a certe persone di ferirmi, illudermi e prendermi in giro. Per fortuna si è sempre in tempo, ricordatevelo. C’è sempre il modo di liberarvi delle persone che non vi fanno stare bene, che non vi rispettano, che non apprezzano la vostra presenza e non ricambiano il vostro affetto. Sempre. E’ una questione di amor proprio, non sprecatevi per qualcuno che non ci pensa due volte a spezzarvi il cuore. E non pensate nemmeno di meritare di essere trattati così o che addirittura l’amore sia questo, perché non è affatto vero. L’amore è un’altra cosa.

Un anno fa scrivevo queste parole e devo dire che restano sempre attuali. Voglio aggiungere però una cosa che ho già detto tante volte, ma che secondo me non è mai abbastanza: quello che subiamo sulla nostra pelle o viene fatto/detto alle nostre spalle non definisce noi, ma la sottospecie di persona che si nasconde dietro queste azioni. Un essere piccolo, ridicolo e insignificante.
Se vi raccontassi cosa mi è successo qualche giorno fa, tra lo sgomento e lo schifo vi verrebbe anche da ridere, perché a mente lucida si comprende che la verità è soltanto una: chi non è soddisfatto di se stesso e della propria vita cerca sempre di buttare fango addosso agli altri, invidiandoli anche a distanza di anni.
Insomma, un essere del genere fa solo pena, non ha un reale impatto su di noi, non credete?

Francesca


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E un anno se ne va

L’anno scorso dicevo di non aspettarmi nulla dal 2018, conscia del fatto che la vita non va mai come vorremmo o come la programmiamo e di quanto sostanzialmente sia una sfigata cronica.

Da tempo, in verità, ho imparato che è meglio non aspettarsi nulla (o quasi), soprattutto perché ho scoperto che è bello essere sorpresi.

Per esempio, l’ultima cosa che avrei pensato di poter fare quest’anno alla fine l’ho fatta: ho preso un aereo e sono partita (da sola, per la prima volta) per Genova a presentare (per la prima volta!) Fiore di cactus (ne ho parlato più approfonditamente qui). Ho potuto finalmente conoscere in carne ed ossa diverse persone che fanno parte della mia vita ormai da tre anni e ho visitato un luogo di cui mi sono innamorata.

Il libro è stato ristampato, altra cosa che non credevo sarebbe mai successa. Qualcuno potrebbe pensare che ho una visione pessimistica della vita o comunque non nutra chissà quali speranze. In realtà sono solo abituata al “mai una gioia” e ogni volta che mi concedo di desiderare qualcosa l’intero universo mi si mette contro, altro che Saturno. Quindi preferisco prendere le cose come vengono, almeno non mi illudo troppo e soffro meno.

Non ho idea di come sarà il 2019, mi auguro soltanto che certe cose che oggi vengono considerate normali smettano di essere consuetudine, perché davvero non se ne può più. Troppa indifferenza, violenza, mancanza di buon senso e di rispetto. C’è troppa poca umanità in giro ed è spaventoso, nelle piccole cose così come in quelle grandi e non pensate che non vi riguardi direttamente perché non è così, riguarda tutti. Siamo tutti responsabili della società in cui viviamo, non soltanto della nostra quotidianità, il nostro lavoro, i nostri sogni.

Usate la testa ma anche, e soprattutto, il cuore che mi sa che se continuiamo così ci evolveremo come gli elefanti, che ormai nascono quasi più senza le zanne per difendersi dai bracconieri.

Francesca


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Questo mese

Questo mese incredibile e bellissimo volge al termine ed oggi non posso fare a meno di ripensare ai giorni che ho trascorso a Sestri Levante, un luogo che si è guadagnato un posto nel mio cuore. Tutto grazie a questo sogno che credevo impossibile e che invece continua a regalarmi gioie e soddisfazioni.
Sono convinta che quando si parla di scrittura non ci sia una meta da raggiungere, ma semplicemente si tratti di un percorso da fare per migliorare le proprie capacità, mettersi alla prova, affrontare i propri limiti e spero che dopo Sara avrò modo di scoprire cos’altro può succedermi.
Grazie, sempre. Non smettete di credere nei vostri sogni.

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Francesca


©Copyright 2018

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Ti penso

Una volta ti feci leggere Perché si dice addio di Giulia Carcasi. Era sera, avevi voglia di leggere e così presi al volo l’occasione. Speravo capissi quanto ci fosse di me in quelle parole, che fossi pronto.

Adesso, quelle rare volte in cui mi capita di rileggerle, penso a te.

Non ti penso più come una volta. E’ passato tanto tempo, ormai sei cicatrice, non più ferita.

Quando ti penso però, ti penso in mille modi diversi.

Ti penso con tristezza. Mi dispiace averti spiegato troppo tardi che sono scappata perché ho avuto paura di essere felice, ho avuto paura quando ho riconosciuto l’amore nei tuoi occhi.

Ti penso con gratitudine. Sono grata perché sei stato diverso, oggi, che l’amore è tutto apparenza e niente sostanza, che le persone sono “usa e getta”.

Ti penso con speranza. Spero che alla fine sei riuscito a perdonarmi, a lasciarti alle spalle la delusione che ti ho causato. Spero che stai bene e sei felice, perché lo meriti. E spero che l’aver sbagliato con te, m’impedisca di scappare ancora se dovessi trovare l’amore in altri occhi.

Quando ti penso, alla fine ti ringrazio, perché è merito tuo se nel mio cuore esiste ancora un posto per l’amore.

Francesca Lizzio


©Copyright 2016

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Via

Quel giorno pioveva copiosamente. C’erano lampi di tutti i colori che si rincorrevano, il vento forte, il cielo nero.

Stavo accucciata davanti alla finestra, con le gambe raccolte sul mio petto e le braccia intorno alle mie spalle. Ero concentrata ad aspettare i tuoni così da non dover pensare ad altro, quando vidi una ragazza uscire di casa. Aveva un ombrello blu, “Un colore normale” mi dissi ripensando al mio che invece è giallo, “Quanto sei sentimentale, l’hai preso giallo come Tracy e di tutte le volte che prendi l’autobus o la metro non ce n’è una in cui incontri il tuo Ted”.

Trascina una valigia, ne ha altre due appese alle braccia (più la borsa). Sta partendo, la invidio. Magari ha trovato lavoro e una casa bellissima, piccola si, ma bellissima, sua, con un albero di ciliegio o di mimose che può vedere tutti i giorni dalla finestra, vicina alla fermata dell’autobus, magari c’è un fiume o un lago lì nei paraggi, ci sono gli alberi, l’aria è pura, c’è la montagna o il mare, magari qualcuno l’aspetta oppure è sola e non gliene frega niente.

Infila nel cofano le valigie, chiude l’ombrello, sale in macchina e parte, via, lontana da tutto e da tutti. Non tornare più, mi raccomando. Trova la tua strada e non voltarti mai indietro.

Già la immagino. Probabilmente prenderà il treno, non è una che ama volare (anche se non sogna altro da quando era bambina), sicuramente ha smesso di credere nell’amore, ha imparato che quello che gli altri raccontano un giorno può succedere a te, che la vita non può certo essere tutta rose e fiori ma chissà perché la sua è sempre un inferno.

La vedo, è arrivata alla stazione, parcheggia, apre l’ombrello, tira fuori le valigie dal cofano e s’incammina. Non si guarda indietro e nemmeno intorno, va via.

“Binario 3, arrivo previsto per le 17:45” già, previsto, chissà se sarà puntuale.

Trascina le valigie, strano, non c’è tanta gente, forse la maggioranza ormai viaggia solo in aereo. Sono le 17:24. Sospira, avvolge meglio la sciarpa intorno al collo, inizia poi a rovistare nella borsa, chissà che cerca, fa freddo, forse ha dimenticato i guanti, che importa, ne farà a meno, ci si abitua a fare a meno di tutto nella vita.

Piove ancora, ha uno sguardo fermo e tranquillo anche se dentro è tutto tranne che tranquilla. E’ sicura di voler partire, ci ha pensato tante volte, ha sistemato tutto. Andrà bene, deve andare.

Lascia indietro gli amori sbagliati, le amicizie finite, le lacrime incomprese, le domande che non hanno mai avuto risposta. Va via, verso un nuovo inizio. Non importa quanto sarà difficile, nella vita tutto è difficile, non importa se non ha nessuno a fianco, nella vita si sta in piedi anche da soli, in fondo servono solo due gambe.

A questo punto si sente il fischio di arrivo, manca poco.

Sospira un altro po’, si sposta i capelli dal viso, la pioggia avvolge il suo ombrello blu.

Ed ecco il treno in lontananza, coi fari accesi. Sono le 17:39.

Continua a piovere, forse anche il cielo vuole salutarla.

Sale i gradini del treno trascinando il suo passato, andando verso un futuro migliore. Prende posto in un vagone più o meno vuoto, guarda la pioggia scivolare sul finestrino e sorride. Si, sorride.

Il treno parte puntuale, un miracolo.

Forse è destino che vada via.

Forse un giorno me ne andrò anch’io.

Francesca

* personaggi della serie How I Met Your Mother


©Copyright 2015

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Sopravvissuta

Il liceo è un mondo nuovo, in tutti i sensi. Per una ragazzina come me, timida e introversa, fu molto difficile abituarsi. Avevo le migliori intenzioni, ero sicura che mi sarei trovata bene, avrei stretto nuove amicizie e tutto il resto. Purtroppo non andò così.

I mesi passavano ed io non riuscivo ad integrarmi, i compagni mi isolavano. Scoprii l’esistenza del “branco”: c’erano le leggi di integrazione, i “canoni” che dovevi rispettare, bisognava adeguarsi in tutto e per tutto per essere accettati. In poche parole: o ti pieghi o ti spezzi. E io, da sempre anticonformista, ribelle e indipendente, non mi piegai. Furono gli anni peggiori di tutta la mia vita.

Quando in televisione parlano di bullismo dicono sempre che bisogna chiedere aiuto agli adulti.

Ma come si distrugge l’indifferenza, complice silenziosa dell’ingiustizia?

Non ne parlai subito alla mia famiglia, ma non ci voleva una laurea per capire che qualcosa non andava. Stavo cambiando, non mi aprivo più, non sorridevo più. Tentavo di sopravvivere e maledivo ogni giorno quella scuola, mi sentivo una formica vivisezionata e passata al microscopio, punita per ogni minima anomalia. Iniziai a odiare me stessa, la mia personalità, il mio corpo, ogni cosa che mi rendeva quella che ero. Perché ero diversa e non andavo bene e purtroppo, ci credevo veramente. Ero diversa nel modo di vestire, nel mio atteggiamento nei confronti degli adulti, nella mia concezione del frequentare un ragazzo, avevo dei valori e dei principi che non erano “di moda”.

Non fu un bene per la mia timidezza che se già da prima mi condizionava la vita, ormai era andata anche peggiorando. L’unico modo che conoscevo per difendermi era chiudermi in me stessa ancora di più.

Diverse volte pensai di cambiare scuola, arrendermi.

Ad un certo punto fu inevitabile rivolgersi agli adulti, ma non servì a niente. Se ne lavarono le mani, fu più facile dare la colpa a me, “E’ troppo sensibile” dissero ai miei genitori, “Avrebbe bisogno dell’aiuto di qualcuno” suggerirono un paio.

Mi impegnai al massimo per cinque anni, nel tentativo di essere premiata come meritavo nel rendimento. Invece mi fu abbassata la condotta e il voto finale alla maturità, grazie a quegli adulti che scelsero la via più facile piuttosto che quella giusta.

Queste esperienze sono destinate a cambiare una persona per sempre.

Per molto tempo dentro di me non riuscii a fare chiarezza, non sapevo se mi piacevo, mi chiedevo se ero sbagliata veramente. Poi però grazie alla mia famiglia e alle uniche vere amiche che ho mai avuto, mi ritrovai. Anche se non ero più la stessa.

Col tempo mi sono resa conto di non sapermi più fidare facilmente, di non riuscire ad evitare di difendermi a prescindere.

Si dice sempre che bisogna essere se stessi, bisogna fare la differenza, ma poi non lo fa nessuno e quei pochi che lo fanno vengono emarginati.

La sensibilità e la timidezza non sono una debolezza. La vera debolezza è adeguarsi e non ribellarsi, essere indifferenti a chi ha bisogno di aiuto, accettare che le cose vadano in un unico modo per paura, perché non si ha il coraggio di essere se stessi.

In queste circostanze bisogna fare appello ad una forza che magari ancora non si possiede, stringere i denti fino alla fine e non arrendersi mai, perché questi esseri non aspettano altro. Che pensino e dicano di noi quello che vogliono, soltanto noi sappiamo chi siamo veramente. Non diamo potere a questi mostri, dentro sono vuoti e privi di spessore. Non sono nessuno.

E chiedete aiuto agli adulti, per fortuna di intelligenti ne esistono ancora.

Io sono fiera di me. Fiera della persona che sono stata e di quella che sono diventata. Mi dispiace essere stata troppo buona con chi non meritava niente, di avere voluto bene a persone che al momento opportuno mi hanno voltato le spalle. Ma non mi pento. Non mi pento di non essermi piegata, di non aver rinunciato a me stessa solo per farmi “accettare” da un branco di pecore. Non mi pento della persona onesta, giusta, forte, anticonformista, ribelle e diversa che ero e sarò sempre.

Francesca Lizzio


©Copyright 2015

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