Giorni

 

E’ finalmente online l’antologia (GRATUITA) tratta dal concorso “Oltre i media – Raccontalo con un film o una canzone” pubblicata da Panesi Edizioni!
Vi consiglio con tutto il cuore di scaricarla e godervela, troverete i link cliccando su PE.

Grazie a tutti coloro che la leggeranno.

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Di seguito, il racconto col quale ho partecipato.

La canzone di riferimento è Mai e per sempre di Marco Mengoni.


Oggi il cielo è bianco, carico di nuvole. Dicembre arriva col suo vento gelido, trascinando ricordi e rimpianti.

E’ da quando ho tirato fuori le mie spine che ti penso.

Ho immaginato più volte cosa mi avresti detto quella sera “Sei la solita, non sia mai che qualcosa ti tocchi il cuore”, “E’ meglio così” ti avrei risposto, come sempre. Chissà quante volte avrò ripetuto questa frase.

Sono stata tentata diverse volte di andare da lui, ma non ne ho avuto il coraggio. L’ho perso strada facendo, insieme alla fiducia e alla speranza.

Ho provato più volte a essere diversa, a liberarmi del cuore perché mi faceva troppo male usarlo, ma alla fine mi sono resa conto che senza non so fare niente. E’ un paradosso, lo so, ma per quanto possa farmi paura usarlo, non posso proprio fare niente senza di lui. L’avessi capito qualche tempo fa.

Certe persone sono sempre con me, anche se non fanno più parte della mia vita. Non abbandono il vissuto che abbiamo condiviso, anche se importava di più a me, anche se fa male, anche se preferirei essere capace di odiare o dimenticare. Tu sei una di quelle da cui vorrei correre tutte le volte che perdo me stessa e la strada che credevo giusta e che vorrei con tutto il cuore abbracciare quando sono felice e senza paure. Lui è una di quelle che ancora oggi, spero di vedere arrivare con un sorriso e un nuovo inizio.

Lo sai, sono giorni in cui ho rimesso in discussione tutto. Se davvero è stato meglio così, ad esempio, anche se avevo già la risposta quella sera, nel profondo del mio cuore.

Perché a volte sono così bravi a parole e nei fatti invece, lasciano a desiderare? Perché quando è il momento di agire, gli è più facile farti cadere il mondo addosso?

Non capisco perché l’amore, così discusso e cercato, debba avere modo e modo di esistere e non un unico slancio di coraggio.

La sveglia suona, è ora di alzarsi e iniziare la giornata. Mi trascino per casa, sorseggiando il caffè rigorosamente amaro e sgranocchiando qualche biscotto.

Sarà meglio stare attenti oggi, quel cielo promette tempesta.

Camminare lungo il nostro marciapiede risulta ancora difficile, ho sempre paura di ritrovarmelo davanti o vederlo insieme a qualcun’altra.

A volte mi rendo conto di trascorrere le giornate a lavoro tenendo d’occhio la vetrina, come se dovesse passare da lì da un momento all’altro. Credo che se accadesse, se si fermasse lì a guardarmi come solo lui mi guardava, gli correrei incontro davvero stavolta. Gli direi “E’ stata una giornata tremenda: ecco le mie spine, tu sai cosa farci”. Mi lascerei amare finalmente e amarlo non mi spaventerebbe. Invece sono sola, in un negozio semi deserto, a ricordare i discorsi cinici che gli ripetevo continuamente “L’amore ti porta a comportarti da pazzo, a farti vedere una persona per come vorresti che fosse e non per quella che è, ti rende fragile, ti mette in ridicolo”.

Allora non me ne importava più niente, era arrivato e ho fatto il modo di non amarlo e di non farmi amare.

Ricordo quel pomeriggio al parco. Faceva caldo, ci siamo messi all’ombra di un albero piccolo e rotondo, entravamo appena in quel fazzoletto di telo che aveva portato.

“Dai, avvicinati un po’” e mi ha tirata verso di sé, sapendo che altrimenti non mi sarei mossa di lì,

“Piccola come sono non occupo tanto spazio” ho risposto sfiorandogli un braccio con un dito,

“Ti voglio vicina e basta, non fare storie” e ha sparato quegli occhi azzurri nei miei, che sono ordinari, che sono castani, che parlano troppo,

“Sei bellissima” ha sussurrato,

“Mettiti gli occhiali” ho risposto con la mia solita delicatezza, sentendo in un attimo le fiamme sulle guance,

“Ci vedo benissimo e lo sai” e ha intrecciato le dita delle nostre mani, così, senza che me ne accorgessi.

Mi ha spostato una ciocca di capelli dal viso, guardandomi le labbra, gli occhi.

Poi di punto in bianco, mi ha chiesto perché non parlo mai della mia vita prima di lui, testuali parole. Perché non parlo mai di certe cose. Allora gli ho raccontato tutto. Non lo so come ho fatto o perché. So soltanto che ho aperto bocca e gli ho parlato di tutto quello che ho sempre tenuto nascosto a chiunque. Mi ha ascoltato e non se n’è andato, quello l’ho fatto io alla prima occasione, appena sono rimasta sola con le mie paure, perché a me non deve essere lasciata nessuna via di fuga, devono mettermi alle strette, guardarmi fin dentro l’anima, non devono darmi scampo altrimenti è la fine, le spine compiono il loro dovere e amen.

Mi faceva impazzire, mi sentivo vulnerabile quando mi guardava come se sapesse davvero come ero fatta, non ci credevo che sapesse davvero cosa fare per far sbocciare le spine, quelle spine che hanno ferito entrambi alla fine, quella sera, quando la paura ha indossato la maschera dell’indifferenza. Quella sera, quando il cuore ha attaccato per difesa e non è stato capito.

Spero non sentirà la mia mancanza. Mi auguro avrà più testosterone che cuore che almeno così si diverte, col cuore invece non si può nemmeno scherzare.

Ora mi diresti che ho sbagliato tutto, che sto sbagliando anche adesso e io ti risponderei che è troppo tardi, perché credimi, è vero quando dicono che è finita, che non c’è modo di rimediare. Ormai mi avrà riposta nello scatolone delle cose vecchie, che non hanno più alcun valore.

Non mi resta che il rimpianto di ciò che avremmo potuto essere.

Inizia a piovere, la gente affretta il passo per strada, strombazza più di quando c’è il sole.

La giornata finisce e comincio a pensare che uno di questi giorni quella vetrina crollerà sotto il peso della mia speranza inutile.

Cammino sul marciapiede col mio ombrello blu, cercando di allontanare tutte le cose che mi parlano di lui, cose che non vorrei ricordare e che invece stanno sempre in agguato, alle porte del cuore.

Sapessi quanto ho avuto bisogno di te quella sera, mentre lo stomaco e il cuore si sbranavano a vicenda e la testa non voleva saperne di lasciarsi alle spalle tutti i “no” che si è sentita dire fino a quel momento.

Mi manchi sempre. Mi mancano le tue parole di conforto e speranza. Mi manca il tuo sorriso.

Mi manca non dover sentire il cuore così pesante e consapevole, non sapere quanto l’amore può far male.

Mi manca ricordare che una volta era più facile fidarsi e sorridere, che quando c’eri tu la vita sembrava più facile.

Sono a casa, il pavimento in legno scricchiola al mio passaggio, avvisa i muri che è tornata quel disastro ambulante. Ho i morsi allo stomaco ma niente fame. Credo siano i morsi delle mancanze.

Potrei tentare di mangiare qualcosa e magari mettermi vicino alla finestra a leggere, ma so già che sarebbe inutile. Ho le dita intrecciate di ricordi e pensieri senza guinzaglio, occhi e sorrisi che pretendono di venire fuori e guardarmi dentro, com’ero e come sono diventata.

Ripenso a quelle volte in cui avrei dovuto dirti che ti volevo bene e non l’ho fatto. Ero piena di spine e ancora non mi ero abituata, così le usavo contro tutti. Ma tu sei sempre stata lì, armata di rispetto e affetto. Non mi hai abbandonata.

Nessuno mai potrà capire come mi dispiace essermi difesa anche da te.

Ripenso che non ti ho mai abbracciata e che mi sono anche rifiutata di avere una foto con te. Sapevo che ogni nostro momento era l’ultimo, eppure per quanto volessi stringerlo al petto, mi ritrovavo sempre un po’ a respingerlo.

Tutte le lacrime che mi ero rifiutata di piangere sono venute a galla dopo, quando era troppo tardi, quando non ricordavo più come si parlava o come si ascoltava il cuore. Sono diventata muta in un mondo che già mi condannava per la timidezza, ho smesso di esprimere come stavo, cosa sentivo, cosa desideravo. Ho smesso di credere in tutto quello in cui avevo sempre creduto.

Giorni di pioggia e impotenza.

Fisso lo sguardo sul soffitto, tornando a quelle notti in cui speravo si spalancasse e il cielo mi portasse via. Erano giorni in cui ti sentivo come si sente un pezzo di se che non c’è più, che è andato perso, in cui tutto andava avanti ma dava l’impressione di rimanere immobile. Giorni in cui toccavo con mano e guardavo negli occhi quella solitudine che non smetteva mai di cambiare volto.

Ancora oggi mi riesce difficile parlare di te, non so pronunciare il tuo nome e il posto che hai nel mio cuore resta ben sigillato. Ci sono canzoni che mi parlano di te, così quando ho bisogno di aprirmi le ascolto. Mi confortano e mi annientano.

La sveglia scalpita, comunicandomi che un altro giorno comincia e che non so come ho fatto ad addormentarmi.

Oggi preferirei restare a letto e sparire ma devo lavorare, che è già un miracolo avere un lavoro di questi tempi.

Come da routine mi trascino per casa in stile samurai (capelli legati e plaid avvolto a mo’ di mantello), inciampo sul solito tappeto, sbatto il gomito sul solito spigolo.

Lancio un’occhiata fuori dalla finestra, il cielo è sereno. Oggi magari andrà meglio.

Cammino lungo il marciapiede, avvolta in una sciarpa bianca e con le mani fredde in tasca.

D’un tratto un ragazzo e una ragazza mi tagliano la strada senza neanche vedermi, camminando stretti e in tutta fretta. Mi sento mancare, conosco quel sorriso, quei fari.

Sorridono, ridono, spariscono in fretta dietro l’angolo.

Resto qui inerme, senza riuscire a fare un passo, schiacciata dal peso della consapevolezza.

Spero che lo ami come avrei voluto amarlo io. Spero che gli dia tutto quello che voleva, che sia felice finalmente.

Io me la cavo, sono abituata ad andare avanti nonostante tutto. E’ meglio così.

In negozio trovo la collega sistemare già i nuovi arrivi.

“Giorno, come stiamo?” mi chiede con un sorriso,

“Non c’è male” rispondo.

Mi guarda e inizio a sperare che non sia capace di capire che non è vero.

“Stasera vado a una festa, in un locale non molto distante da qui. Perché non vieni?”,

“Grazie, sei gentile, ma a me non piacciono questo genere di cose”,

“E dai! Vedrai che ti diverti! Possiamo incontrarci qui e andare insieme”.

All’improvviso mi tornano in mente le parole di un mio ex “Ma vivi un po’, fai tutto difficile” già, è vero, perché io sono difficile, non riesco ad avere il cuore intercambiabile, ad accettare un tradimento perché tanto ami solo me, a vivere sapendo che i sentimenti hanno fatto le valigie da un pezzo, chissà per dove, se lo sapessi ci andrei anch’io che mica mi sta bene vivere così, dove si svaluta il cuore in questo modo, dove ci si prende in giro, ci si ferisce e si sparisce fregandosene dei sentimenti e delle speranze altrui.

“Ci vediamo stasera, allora” dico senza rendermene conto.

Stasera sarò come le altre, che le altre non fanno casini, se amano amano e si lasciano amare, se vogliono divertirsi si divertono e basta, lasciano il cuore a casa, in un cassetto, sotto il cuscino, dove gli pare, non se lo trascinano ovunque maledicendolo e piangendoci sopra perché senza si sentono perse.

Cerco di cacciare dalla mente la scena del marciapiede, di dimenticare quel sorriso in cui avrei voluto scriverci sopra la parola “mio”, cerco di tenere a freno cose che non ho il diritto di provare. La giornata vola e alla fine volo anch’io, a casa, a scegliere che maschera indossare stasera.

Un bel vestito, tacchi che non fanno sentire all’altezza, tanto trucco così nessuno legge questi occhi, che oggi non sono quelli che devono avere qualcosa da dire.

Mi guardo allo specchio, strano come possa brillare la tristezza.

Esco di casa e vengo investita da un vento gelido che mi gela pure il sangue. Cammino svelta, sono sola ed è buio, di questi tempi bisogna stare attente.

La trovo già lì che mi aspetta, sulla sua macchina rossa.

“Wow, sei uno schianto. Farai strage, stasera” mi dice ignorando uno stop. Le sorrido pensando “Vedrai, sarò come le altre”.

Arriviamo in una discoteca che da qualunque angolazione guardi non mi piace, nemmeno la gente che c’è mi piace, ma per stasera posso far finta di niente, a lungo andare magari mi starà anche bene. Basta sorridere e ridere, chi mi guarda così pensa che mi diverto, sto bene, sono una che fa tutto facile.

Un tipo mi attacca bottone, bene, ci sto, non somiglia a lui nemmeno un po’.

Magari entrasse in questo momento, mi vedesse con lui, mentre rido, mentre ballo, mentre mi tocca e fantastica su quello che succederà dopo.

Guarda, sto bene senza di lui, non ho bisogno di tenerezze, la dolcezza non mi piace, non ho nemmeno gli zuccheri nel sangue, non sono più una che fa tutto difficile, non sono più una che senza amore non fa niente ma se se lo trova davanti muore di paura.

Non può vedermi andare via con lui, entrare in casa con la fretta per le mani, mentre rido e non si accorge che le lacrime sono vere e non dovute al troppo ridere.

Inizio a pensare a come mi guardava, come mi parlava, come mi toccava e lo odio e mi odio, scappo, l’unica cosa che so fare veramente, lo lascio lì a mani vuote e corro via.

Mi ritrovo per strada, al freddo, non ci sono né le stelle né la luna e mi maledico, maledetta me che odio l’amore ma senza non cedo niente, che non sento più niente, maledetta me che con questo cuore non so mai come raccapezzarmi, non so più lasciarmi amare.

Cammino lungo il marciapiede, a un passo da dove è iniziato tutto ed è lì che vado, dove sarei dovuta andare subito, quella sera, no adesso che è troppo tardi e non importa più a nessuno.

Non c’è più niente. E’ sparita l’insegna, è sparito il sorriso di “ben arrivata, ti stavo aspettando”.

E’ chiuso, come il posto che occupa nel mio cuore. E’ lì che lo custodirò sempre, così lo avrò almeno da qualche parte. Così avrò fatto almeno una cosa giusta.

Arrivo a casa col freddo attaccato alle ossa e alle vene. Di dormire non se ne parla nemmeno.

Mi preparo una cioccolata calda, mangio qualche biscotto. Sono le quattro del mattino.

La mia collega mi scrive un messaggio “Ti ho vista andare via con un tipo. Sapevo che ti saresti divertita!”. Non le rispondo e mentre aspetto che la cioccolata sia pronta mi tolgo la maschera che ho indossato stasera, che non mi appartiene neanche un po’, che nemmeno avrei dovuto provare. Mi rendo conto che sono davvero poche le persone che mi conoscono davvero, oltre te.

Se fossi stata qui non mi sarei sentita così, non sarei stata sola, non avrei cercato nei posti sbagliati la bussola. Non mi sarei dovuta mettere l’anima in pace.

Il cielo rimane coperto di nuvole ma chissà come, mi sento un po’ più leggera.

Tocco il cuscino con la guancia, mi copro fin sopra la testa, speriamo che così facendo anche i pensieri sentano meno freddo. Chiudo gli occhi e ascolto il mio respiro. Ce l’ho fatta già altre volte, anche stavolta ce la farò.

Il sole si affaccia timidamente dalle nuvole, oggi. Ho deciso di prendere l’autobus per andare a casa, dai due pilastri della mia vita, le mura portanti del mio cuore.

Sto leggendo o meglio, sto cercando di leggere, se non fosse che un tipo continua a fissarmi.

Da oggi porterò in faccia un nuovo messaggio “Lasciami stare, lasciami in pace che l’amore non è cosa mia”.

L’amore delle donne concede tutto, spesso si accontenta anche delle briciole, dona il cuore e l’anima per un pugno di belle parole.

L’amore degli uomini è limitato, pigro, con la scusa sempre pronta, un “mi dispiace” o una bugia in tasca.

Adesso, l’unico amore in cui riesco a credere è quello per me stessa.

Mamma mi accoglie con un sorriso che sa di porto sicuro e una crostata appena sfornata, che il cibo conforta e colora i giorni grigi.

“Fiore di cactus” dice dandomi un buffetto e una fetta di crostata. Sapessi, mamma… sapessi. Ho provato ad essere bella come mi vedi tu ma è successo qualcosa, c’è stato un errore, forse sono una specie che non fa né fiori né frutti. Forse sono solo di spine.

Mia sorella torna a casa con la stanchezza agli angoli degli occhi e un sorriso accennato. Si siede pesantemente accanto a me, mi stampa un bacio sulla guancia e si avventa sulla mia fetta di crostata.

Sul vetro della finestra inizia a cadere una pioggia lenta e leggera. L’aria sa di pane e casa.

Trascorriamo la giornata insieme, come una volta, sempre noi tre, a ridere e a scherzare da perfette scalmanate. Come da piccole, quando pioveva e ci accoccolavamo nel lettone a guardare la televisione, come quando in inverno facevamo a gara a chi trovava una mattonella del pavimento calda per sedercisi sopra, quando poggiavamo le schiene sul termosifone e mangiavamo un pezzetto di pane con l’olio e il sale e sembrava che tutto quello che serviva fosse lì, a casa, nostro. Sembrava che tutto il mondo non potesse toccarci, perché noi stavamo bene così, anche da sole. Eravamo insieme, il resto non aveva importanza.

La mia stanza è come l’ho lasciata. C’è la libreria carica di libri, la tenda bianca coi fiori sul bordo, le pareti coi sogni di una volta appesi, il soffitto impregnato di speranze tradite.

Mi sdraio sul letto, nascondo la testa e il cuore sotto il piumone.

Ci stuzzichiamo da una stanza all’altra e ridiamo, come una volta.

Abbraccio il cuscino e mi ritrovo a sorridere, sento le guance pizzicare di gioia, le dita libere di ricordi e pensieri. E’ bello sorprendersi capaci di voltare pagina. Come quando credi di avere perso il sorriso e invece ne hai trovato uno nuovo.

Vengo svegliata dal canto di un uccellino, allegramente rannicchiato fuori dalla mia finestra. Dopo aver fatto colazione, mamma ci accompagna alla porta, mia sorella diretta a scuola ed io a lavoro. Due baci a testa, un abbraccio e mille raccomandazioni.

“Hai lo sguardo diverso” mi dice un attimo prima di andare,

“Brutto?” chiedo incrociando d’istinto le braccia,

“Più maturo” risponde con un sorriso consapevole.

Le rispondo con un sorriso rassicurante, avvolgendo la sciarpa intorno al cuore. Ora so, mamma. Non dimenticherò più, non maledirò più. Ora lo so e ci proverò.

Arrivata al negozio la collega mi chiede del tipo della discoteca. Le rispondo che era un idiota e che continuo a detestare quel genere di cose. Storce il naso e mi aiuta con le decorazioni natalizie in silenzio, per il resto della giornata.

Con l’avvicinarsi del Natale, nell’aria si sente quella fretta e quell’impazienza tipica delle feste.

Le strade si ricoprono di luci, i negozi appendono decorazioni e neve finta, qualcuno anticipa pure gli sconti.

Non guardo più la vetrina, se non per controllare il fiocco di neve gigante che fino a ieri continuava a cadere giù.

Esco in strada, per oggi ho finito, ho il cuore pieno e infreddolito.

Cammino tra le case addobbate, tra il via vai di persone alla ricerca dei regali perfetti, col passo lento di chi non ha fretta.

Ti trovo sempre dappertutto, perché non sei stata una semplice amica, sei stata un tesoro.

L’aria fredda mi accompagna e tra le luci colorate vorrei tanto vederti apparire col tuo sorriso gioioso. Saresti stata al mio fianco a fare mille progetti, a pensare a come affrontare la vita che a volte segue un sentiero e a volte sbanda, chissà perché, chissà come. Ti avrei ascoltata e avrei guardato attentamente come ti saresti adoperata per riacchiapparla al volo, senza abbatterti, perché tu eri così, regalavi sorrisi e speranze, certa che sarebbe sempre andato tutto bene.

Ancora una volta mi chiedo perché a volte sembra che siano le persone migliori quelle che debbano andarsene prima.

Mi hanno detto sempre tante cose, di pensare che vivi in me, che sei ancora qui, che le persone quando se ne vanno in realtà non vanno da nessuna parte. Non sempre riesco a crederci. Sono troppo piccola per contenere la forza che avevi e adesso non ti trovo qui vicino a me.

La mancanza è sempre lì, non è vero che col tempo pesa meno. Anche nelle belle giornate, anche quando sorrido, lo sento sempre quel peso sul cuore.

Davanti a qualcosa di semplice come l’inverno vestito a festa, come il cielo addobbato di stelle, io non le sento più le cose in cui credevi, le cerco ma non le trovo e me ne dispiace, ma non per me stessa, ma per te che hai continuato a crederci anche dopo l’ingiustizia più grande che poteva capitarti, che hai combattuto per far si che non smettessi mai di crederci.

Forse però non è un male, anche se non credo più in certe cose non significa che non posso credere in altre. Non significa che le spine non fioriranno mai più.

Per fortuna ho imparato a fare come facevi tu, ad essere felice di ciò che ho vissuto e abbracciato perché avrei anche potuto non averlo mai. Guardo la vita anche con gli occhi tuoi, che sapevi quanto fosse preziosa senza aver bisogno di perdere prima qualcuno.

Mi dicono che non è soltanto merito tuo il fatto che abbia forza e dolcezza insieme alle spine, che è anche merito mio, che nella vita le persone ci lasciano il segno ma siamo noi a decidere se considerarlo un tesoro o una cicatrice, che se certe cose non si hanno dentro nessuno può tirartele fuori. Tu saresti d’accordo.

D’un tratto sento una carezza che mi riscalda il cuore. Sei con me, lo so. Oggi ci credo che non te ne sei andata veramente. Per fortuna, ci sono giorni e giorni.

Francesca Lizzio


©Copyright 2016

Il 15 Febbraio, quando sono stati pubblicati i risultati di questo concorso, mi stavo riprendendo da due settimane infernali e una buona (e bellissima!!!) notizia ci voleva. Io però avevo dato per scontato che sarei stata scartata, non mi aspettavo per niente e nemmeno ci speravo di trovare il mio nome tra tutti i nomi dei fortunati scelti, tant’è che ho dovuto rileggerlo più volte quell’elenco. Per un bel po’ sono stata sotto shock, incapace di formulare un pensiero di senso compiuto.

So di averlo fatto tante volte ma non mi sembra mai abbastanza, per cui lasciatemelo dire: Grazie. Grazie di aver dato un’occasione a questo cuore di cactus che forse qualcosa di buono allora sa farla. Grazie di esserci stati e di avermi sostenuta da quando ero quella Sally timorosa a oggi che si, ho sempre paura, ma non mi sento sola e incapace come una volta.


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2 pensieri su “Giorni

  1. Inutile negare che mi sono commossa.
    Ho imparato a conoscere la tua forza e la tua fragilità nascoste dentro un cactus che solo apparentemente si mostra insidioso. Il tuo cuore Francesca è talmente ricco di emozioni che è quasi impossibile non restarne frastornati.
    Ho letto il tuo scritto, ci hai messo dentro l’anima e sei stata giustamente premiata. Sono molto felice per te, hai meritato tutto.
    Ti stringo in un grande abbraccio, con affetto ❤
    Affy

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